Figli della pandemia. Parliamo molto dei bambini, ma abbiamo chiesto a loro cosa stanno provando?

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Negli scorsi giorni tutti i bimbi e le bimbe hanno terminato questo anno scolastico senza precedenti, duro e faticoso. E lo hanno fatto senza potersi salutare tra di loro e con i propri insegnanti.

Niente foto di fine anno, niente cerimonie per chi conclude un ciclo.

Le incognite sulla riapertura delle scuole a settembre sono ancora molte. E, intanto, si continua a immaginare una nuova scuola. Diversa da quella che abbiamo conosciuto fino a ora, ma purtroppo non per forza in meglio.

Ma a loro, ai bambini, chiediamo cosa pensano di tutto questo?

In un’intervista, il noto psicopedagogista Francesco Tonucci spiega che i bambini, oltre alla pandemia in sé, vedono e vivono ogni giorno un conflitto che potremmo sintetizzare così: gli adulti li amano molto, ma non li ascoltano mai!

La Voz de Galicia, ha fatto alcune interessanti domande a Francesco Tonucci in merito alla situazione dei bambini pre e post pandemia e al ritorno a scuola. Proprio in Galizia (Spagna) e precisamente a Pontevedra c’è un modello di città aperta ai bambini molto apprezzata da Tonucci e vicina alle sue idee educative.

Ricordiamo che nel 1991 a Fano (la sua città natale) Tonucci ha lanciato “la città dei bambini”, progetto che ha permesso di chiudere al traffico le strade per una settimana in modo che i bambini potessero esercitare uno dei loro diritti: giocare! In quell’occasione i piccoli parteciparono anche ad una sessione plenaria per presentare le loro proposte di miglioramento della città.

Ma tornando alla pandemia e all’attuale situazione che vivono i bambini, Tonucci ha dichiarato:

“Speriamo che questa pandemia serva a riaprire il mondo dei bambini”

Come molti altri esponenti del mondo dell’educazione infantile, infatti, anche Tonucci considera questa l’occasione giusta per cambiare vecchi modelli di educazione e scuola, aprendosi al nuovo.

Alla domanda se i bisogni dei bambini in questo momento difficile sono stati trascurati, Tonucci risponde in maniera abbastanza spiazzante sottolineando che molti si sono preoccupati di loro ma nessuno gli ha chiesto davvero cosa pensassero o provassero:

“Per i bambini si è compreso che è stata un’esperienza difficile da capire e difficile da accettare, rompere le relazioni, vivere in un piccolo spazio. Abbiamo iniziato a parlare molto dei bambini, ma con un atteggiamento molto particolare, chiedendo agli psicologi consigli per genitori e pedagoghi e consigli per gli insegnanti. Ma nessuno ha chiesto ai bambini che cosa stavano vivendo e pensando”.

Tonucci si è allora attivato inviando un messaggio alle città della rete internazionale della città di ragazze e ragazzi per convocare i consigli dei bambini urgentemente, in modo da conoscere le loro opinioni e sapere cosa provano e propongono.

citta-bambini tonucci

© lacittadeibambini.org

Cosa è uscito fuori? Dato che la scuola, bene o male e con tutte le difficoltà della didattica a distanza non si è mai fermata, quello che è mancato davvero ai bambini sono i rapporti sociali. Come ha dichiarato Tonucci:

“Da Italia, Spagna, Argentina e Cile, Perù e altri paesi che hanno risposto, una delle conclusioni interessanti che si traggono è che a quasi tutti i bambini mancano gli amici. Ai bambini non manca la scuola, mancano gli amici. Oggi per molti bambini la scuola è quasi l’unico posto dove incontrano altri bambini”.

Non era così un tempo, Tonucci (nato nel 1940) ricorda che la sua generazione faceva esperienze completamente diverse e, anche se con minor possibilità in generale, aveva sostanzialmente 3 luoghi fondamentali per vivere la socialità: la casa, la scuola e la strada.

Ora rimangono casa e scuola ma è soprattutto quest’ultima (comprensiva anche di attività pomeridiane, hobby, sport, ecc.) il fulcro della vita sociale dei bambini.

La didattica online ha permesso di continuare a studiare ma, secondo Tonucci, si è persa l’occasione di utilizzarla per promuovere lo scambio tra bambini e ragazzi e non come esclusivo strumento di “comunicazione elettiva e selettiva”, in pratica per andare avanti con le lezioni e assegnare compiti:

“i bambini sono stufi dei compiti. Questo emerge in tutti i paesi! E generalmente sono stanchi di seguire le lezioni su uno schermo”

Tonucci è convinto, tra l’altro, che i compiti “sono una necessità della scuola” e li definisce un’assurdità pedagogica”:

Perché la scuola non approfitta di questa nuova situazione per fare cose nuove? Dare, ad esempio, una mano ai genitori per recuperare quella relazione che oggi è un conflitto assurdo e che i bambini pagano. Chiedere aiuto ai genitori è dire: ‘Invece di fare i compiti tradizionali cambiamo, mettiamo come compiti il fare delle cose insieme a te, niente che richiede tempo, ma cose che comunque ci sono da fare in casa”.

Come dovrebbe cambiare la scuola dopo la pandemia

Un esempio concreto? Coinvolgere i bambini nelle faccende domestiche ma non solo:

“Lavare i panni, asciugarli, rifare i letti … Un altro grande capitolo è la cucina. Questa è un’opportunità per i bambini di imparare a cucinare. Abbiamo foto sui telefoni cellulari e nei cassetti, possiamo recuperare le foto di nostro figlio o nostra figlia sin dalla nascita e raccontiamo una storia insieme, la sua storia, attraverso le foto. Ci sono molte cose da fare, come leggere un romanzo in famiglia. Ogni pomeriggio puoi passare mezz’ora, uno legge e gli altri ascoltano. È un momento intenso a livello emotivo e il modo migliore per imparare a leggere: una lettura ben fatta è il modo per entrare nel magico mondo dei libri. Consiglio anche ai bambini di avere un quaderno, che può essere un diario segreto, in cui raccontano questa esperienza, unica che stanno vivendo. Avere la sua testimonianza sarebbe prezioso, poterlo rileggere domani o dopodomani”.

Questi potrebbero essere esempi di nuovi compiti, così come tornare a fare la pasta fatta in casa che non è solo un’abilità manuale ma, dato che è necessario pesare, definire quantità, tempi e calore è anche matematica.

L’istruzione ha bisogno di un grande cambiamento, in realtà già da prima della pandemia:

“Il riferimento dal mio punto di vista – sottolinea Tonucci – dovrebbe essere l’articolo 29 della Convenzione sui diritti dell’infanzia, che afferma che l’obiettivo dell’educazione dovrebbe essere lo sviluppo della personalità e delle abilità dei bambini al massimo livello possibile. Questa dovrebbe essere la scuola e questa dovrebbe essere l’educazione familiare: aiutare ogni bambino a trovare le sue abilità e capacità e offrire loro gli strumenti per svilupparle al più alto livello possibile

Secondo lo psicopedagogista, è necessario superare il concetto di classe, cambiandolo con uno più malleabile in cui si possano ad esempio sfruttare anche spazi vicini alla scuola.

“Che un gruppo di studenti, di 8 o 25 anni, sieda in un’aula per cinque o sei ore è assurdo e anche incompatibile con le esigenze igieniche del momento. Varie modifiche possono essere apportate. Uno, che i bambini possano andare a scuola da soli, il che ridurrebbe notevolmente il volume del traffico. Per questo l’ambiente deve essere sicuro … Ma la cosa più importante è che i bambini siano protagonisti delle decisioni che li riguardano, che siano chiamati a partecipare alle decisioni ma ora si sta facendo il contrario”.

Sempre Tonucci aveva dato il suo benestare alla proposta di scuola all’aria aperto che arriva dalla Spagna, dove un’associazione ha redatto un protocollo per  una riapertura che sia in sicurezza ma anche rispettosa delle esigenze dei bambini e dei ragazzi.

Fonte: La Voz de Galicia

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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, oli essenziali e fitoterapia, le sue passioni da sempre. Laureata in lettere moderne, con Master in editoria, ha poi virato le sue competenze verso il benessere olistico
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