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Non chiamateli mercatini dell’usato. Sono “baby boutique”, “negozi dell’usato per bambini” o del “quasi nuovo” e in alternativa “agenzie di affari per l’intermediazione”. Non hanno nulla dei guardaroba parrocchiali: disordinati, polverosi e invasi dall’odore un po’ stantio degli armadi chiusi. Sono negozi in piena regola: scaffalature eleganti, atmosfere ricercate e un’ampia offerta di abiti, giocattoli, corredini, passeggini e seggioloni tra cui scegliere. Sono la nuova frontiera del risparmio, ma anche la nuova tendenza in materia di abbigliamento per bambini.

Da qualche anno, anche in Italia hanno iniziato a spuntare come funghi i negozi dell’usato per i più piccoli. Preferibilmente in provincia e nelle piccole città, dove i negozi firmati attecchiscono di meno e prendono facilmente piede le offerte che vengono dalle vetrine di questi piccoli magazzini per gli “0-14”.

Il primo a nascere nel lontano 1998 è stato La Birba. La sede originaria di Modena è ora il quartier generale di una catena costituita da 14 negozi in franchising distribuiti in tutto il Centro-Nord. Meglio, ha fatto Baby Bazar che dal 2000 ha collezionato circa 30 punti vendita, con tanto di convention per i proprietari (generalmente giovani donne) e vetrina online. Una decina sono quelli appartenenti invece al Gruppo Baby Boom e al network di Secondamanina. Ti.Riciclo, entrato invece sul mercato solo da un paio di anni, ha già programmato sei aperture e altrettante ne sono previste.

babybazar la_birba secondamanina

Un settore in espansione, lo si definirebbe. Argomentare questa veloce crescita solo richiamando la crisi economica è una lettura forse un po’ superficiale. Il prezzo conta, ma i fattori che incidono su questo fenomeno non sono isolati alla busta paga che non basta ad arrivare alla fine del mese. I dati demografici ci parlano di una diminuzione delle nascite: e dunque, a chi passare gli abiti dismessi e le culle inutilizzate se non ci sono secondi figli o nipotini? Alcuni sociologi leggono il fenomeno sotto la lente di una disgregazione dei legami familiari: meglio un abito comprato, anche se usato, che prestato da un parente. Infine gli ecologisti, che ovviamente ci vedono la vittoria di un diverso atteggiamento nei confronti dello spreco.

Si, perché tutti quegli armadi pieni di tute e tutine usate, quando va bene, tre volte, e tutte quelle soffitte piene di carrozzine e girelli e giocattoli abbandonati, sono un peso per l’ambiente. L’affezione non è spesso sufficiente a giustificarne la conservazione. E se non si riesce a organizzare uno swap party tra mamme, allora, tanto vale vendere a chi di quel materiale farà buon uso.

Tutto quello che entra e viene esposto nei punti vendita delle varie catene risponde a regolamenti spesso molto rigidi. I capi devono essere puliti, preferibilmente sterilizzati, non aggiustati o rattoppati. Meglio se di marca. Per i giocattoli spesso il brand è una garanzia di rispetto delle certificazioni sulla sicurezza e sui materiali. Per gli abiti è un elemento di appeal che, anche in materia di usato, non perde il suo fascino. La domanda risponde alle esigenze più ampie: dai rollerblade ai peluche, dai vestitini da cerimonia alle scarpe, dai seggiolini per l’auto fino ai pantaloni.

I prodotti consegnati vengono di solito venduti con uno sconto del 50% sul prezzo originale. Rimangono in esposizione per circa 2 mesi. Se venduto, il proprietario ne ricava il 50%, altrimenti sono restituiti. O, come accade per alcune delle catene, l’invenduto va a qualche Onlus locale. Il business c’è e si vede . L’attitudine alla sostenibilità, pure.

Pamela Pelatelli

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