A Natale recupera il tuo bambino interiore

The little child Pastrello

“Perché noi siamo l'enigma che nessuno decifra. Siamo la fiaba racchiusa nella nostra immagine”, scriveva J.Gaarder. E da ciò che può significare per noi far riemergere il nostro bambino interiore possiamo solo imparare che, in fondo, vale la pena farlo più spesso. E non solo a Natale

C'è bisogno di tempo. Bisogna tornare a casa nostra. Bisogna accendere una candela. Bisogna andare in soffitta”. È da lì che ti guarda con gli occhi di una volta, fronte corrucciata e manine sotto il mento, come a dire “ti vedo strano, cos’hai?”. Conosce tutto di noi, il nostro bambino interiore, maltrattato dallo scorrere di giorni che non ci danno quiete. Ma se lo ascoltassimo un po’ di più? Un tentativo difficoltoso, amaro a volte, ma a ben guardare necessario.

Ricordarsi della genuinità e della spensieratezza, delle aspettative e delle delusioni, ma anche di quelle angosce che ci sembravano così grandi, potrebbe - chi lo sa - salvarci dal marcio e dal brutto. Ce lo dice in maniera cruda e geniale e profondamente sensibile Michele Pastrello, regista veneto già tanto caro a noi di greenme.it.

Con il suo nuovo The Little Child, in uscita oggi (VIDEO sotto), ci porta ancora una volta nei meandri della nostra coscienza, dei nostri desideri affossati, di quei sogni che non sempre abbiamo coccolato. Niente parole, solo musica e l’imprescindibile ticchettio del tempo, che dà quel senso di irrequietezza e necessità di fare presto, prima che sia troppo tardi.

Un breve video emozionale in chiave di fiaba natalizia che fa riemergere il rapporto tra l’adulto e il suo bambino interiore così com’è, doloroso e nostalgico: un fantastico Samuele Titton, il bimbo, accompagna il suo alter ego adulto, impersonato dallo stesso Pastrello, in un viaggio interiore, fatto di strappi al cuore e ai ricordi.
Sguardi, luci, allegorie, piedi scalzi e occhi profondi.

Il bosco in cui si trova l’adulto rappresenta la mente, troppo spesso frenata e inabissata dai quei “guardiani” di grigio vestiti che riproducono le resistenze. È lui, l’adulto, che ripete un rito nella vita indispensabile e mai uguale: “andare a trovare il puer aeternus”, in quella sorta di appuntamento a due intimo e personale in cui scontiamo i nostri dolori. È in questo avvicendarsi di pochi minuti, in cui l’adulto scorge in una pallina di vetro la “madre interiore” (archetipo di Jung della “madre” nel concetto universale), che in soffitta - dove il bambino ferito si è costruito un suo nido caldo - riaffiorano le paure di tutti. Sarà compito dell'adulto dare un input diverso al bambino, perché il da solo non può farcela.

In fondo è capitato quasi a tutti di chiedersi come mai cambiano situazioni ed incontri eppure inciampiamo su dinamiche ferenti molto simili. Qualcuno tempo fa mi parlò per la prima volta del 'fanciullo interiore', una specie di intelligenza parallela a quella nostra adulta. Ma non intelligenza tradizionale, nozionistica, ma una mente emotiva che ragiona con logiche ancorate a quando le ferite e sensazioni sono state ricevute e poi gestite con mezzi inadeguati, perché ciò si verifica nel tempo sognante dell'infanzia. Infatti come mai nonostante a livello razionale sappiamo bene alcune nostre sfalsate tendenze emotive tendiamo comunque a riprogrammarle, come un software che anche se lo riavvii presenta lo stesso bug? Perché sapere le cose non basta, la percezione, la sensazione, l'emozione di quel fanciullo ("puer aeternus" per Jung) prevale sulla mente adulta, che attinge da una fonte quasi sacra lontana nel tempo”, ci racconta Pastrello.

Fare pace con lui? Vedrete che prima o poi sarà necessario. Non è compito semplice, anzi. È per questo che pian piano dovremmo diventare consapevoli della sua presenza e delle emozioni che ne conseguono.

Lui ha sentimenti, bisogni e paure che vuole affrontare o soddisfare. Proprio come noi. Farlo insieme può valerci la serenità per il resto della vita.

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Germana Carillo

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