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Bambini bruciati vivi, violentati e corpi senza vita gettati nelle cisterne. Sono almeno 6700 i Rohingya morti in un solo mese, tra i cui 730 bambini al di sotto dei cinque anni. Orrori descritti in un’indagine di Medici senza frontiere raccolta tra i rifugiati in Bangladesh.

Dal 25 agosto al 24 settembre 2017 almeno 6.700 Rohingya sono morti a causa della violenza in Myanmar, nello Stato di Rakhine; su 9 mila decessi totali accertati, nel 71.7% dei casi la causa è legata direttamente alla violenza.

Colpiti da arma da fuoco, bruciati vivi nelle loro case, violentati, percossi e uccisi dall’esplosione delle mine: i bambini sono le prime vittime di questo orrore che va avanti ormai dal 25 agosto scorso quando l’esercito e la polizia del Myammar, oltre ad alcune milizie locali, hanno lanciato l’operazione di sgombero nello Stato di Rakhine in risposta agli attacchi dell’Esercito per la salvezza dei Rohingya dell'Arakan.

Da allora, più di 647.000 Rohingya sono fuggiti dal Myammar per trovare rifugio in Bangladesh, dove oggi vivono in campi sovraffollati e in scarse condizioni igieniche.
“Abbiamo incontrato e parlato con i sopravvissuti delle violenze in Myammar e ciò che abbiamo scoperto è sconcertante. È davvero alto il numero di persone che ha riferito di aver perso un componente della famiglia a causa della violenza, a volte nei modi più atroci”, afferma Sidney Wong, direttore medico di MSF in una nota stampa.

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I dati raccolti sono il risultato di sei analisi retrospettive sulla mortalità condotte nei primi giorni di novembre in diverse aree dei campi profughi Rohingya a Cox's Bazar in Bangladesh, poco oltre il confine con il Myanmar.

“Chi riesce ad attraversare il confine racconta di essere stato vittima di violenza nelle ultime settimane. Sono inoltre davvero pochi gli organismi di aiuto indipendenti in grado di accedere nel distretto di Maungdaw, nello Stato di Rakhine, e per questo temiamo per il destino dei Rohingya che sono ancora lì”, continua Wong.

Una situazione che è stata documentata anche da Save the Children nel rapporto “Gli orrori che non dimenticherò mai” che contiene testimonianze di donne e bambini che hanno subito violenza sistematica, stupri e sgomberi forzati.

Le parole sono drammatiche:

“Alcuni soldati hanno preso me e altre due ragazzine e ci hanno portato in una casa. Mi hanno colpito in faccia con un fucile, mi hanno preso a calci sul petto e mi hanno pestato braccia e gambe. Poi sono stata stuprata da tre soldati. Hanno abusato di me per circa due ore e in alcuni momenti sono svenuta”, dice nel rapporto una ragazzina di 16 anni.

I soldati le hanno spezzato una costola.

“Mi faceva molto male e a stento riuscivo a respirare. Anche ora ho difficoltà respiratorie, ma non sono andata da un medico perché provo troppa vergogna”.

Hosan (nome di fantasia), 12 anni, è fuggito dal suo villaggio verso il Bangladesh dopo che i militari hanno cominciato ad aggredire le persone con i macete. Durante la fuga, Hosan si è fermato in un villaggio abbandonato nella speranza di trovare cibo e acqua.

“A un certo punto mi sono avvicinato a una cisterna e ho visto che dentro c’erano almeno 50 corpi senza vita che vi galleggiavano. Non riesco a togliermi dalla testa la vista di quei corpi gonfi né l’odore di bruciato delle case date alle fiamme. Sono orrori che non dimenticherò mai”.

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Dal rapporto di Save the Children emerge anche la testimonianza di Rehema, una donna di 24 anni, che ha raccontato di aver assistito con i suoi occhi alla scena di una donna e del suo bambino bruciati vivi.

“Ho visto un soldato cospargere di benzina una donna incinta di molti mesi e subito dopo darla alle fiamme. Ricordo anche un altro soldato che ha strappato un bambino dalle braccia di sua madre e l’ha scaraventato nel fuoco. Si chiamava Sahab e non aveva nemmeno un anno. Non potrò mai dimenticare le sue grida”.

“Quasi ogni bambino con cui abbiamo parlato ha assistito a cose alle quali nessun minore al mondo dovrebbe essere esposto. Molti di loro sono profondamente traumatizzati da quello che hanno dovuto subire e ora stanno vivendo in un posto in cui nessun bambino dovrebbe vivere”, dichiara Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children International.

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Dominella Trunfio

Foto: Medici senza frontiere

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