Mamma figlio

Se mi chiedi com'è andata la mia giornata, mentre spadello la cena o sto (finalmente) seduta a tavola, difficilmente mi caverai una parola di bocca. Non trovo mai nulla di interessante, ma, se aver comprato gli spinaci in offerta o aver scritto dell’ultimo caso di inquinamento in Italia può cambiare il modo di parlare tra me e mio figlio, ben venga.

Oddio, in quel caso, non racconterei esattamente di come è zozzo il mondo ma di quell’animale che è stato salvato da tante persone buone e, invece degli spinaci, direi che ho comprato un pacco di quei biscotti che gli piacciono tanto.

Insomma, diciamocela tutta, parlare con il proprio figlio è a volte più complicato del rugby subaqueo e devi montare su una pazienza da Madre Teresa di Calcutta (ddr – domanda del redattore: in questo il birdwatching potrebbe allenarmi?).

Scommetto che, in una percentuale di casi pari all’intera generazione di mamme quarantenni (o quasi) italiane, il vostro tenero dolce zuccherino di 7 anni o giù di lì alla fatidica domanda “che hai fatto a scuola” vi risponda imbronciato con un secco “boh”, “niente” e, se proprio gli va di parlare, aggiunga uno spietato preoccupante obnubilante “non mi ricordo”. Tu lo fai sedere comodamente in auto e ti dici che, vabbè, ci riprovi dopo, che manco è uscito da scuola, lo hai portato in macchina e hai ingranato la prima che già gli fai il terzo grado. Suvvia. E allora arrivi al semaforo e tamburelli sul volante, zitta. La canzone che vi piace è finita e che fai? Non gli domandi “ma che, non mi racconti niente?”. Eccolo lì che ti sbriglia un lungo “maaaamma” perché a lui ciò che interessa ora è solo guardarsi tra le mani le carte dei Pokémon.

Sto già crescendo un adolescente disilluso dinanzi a quegli spietati fattacci che si chiamano “vita quotidiana” o semplicemente mio figlio vuole sentirsi dire altro? La seconda che hai detto. Cioè, insomma, anche se leggi qui e lì sui vari libri di com’è bello e semplice fare i genitori ci sono esperti che consigliano di lasciare ai figli il tempo necessario per rilassarsi prima di iniziare a fare domande. Ma, a volte, non basta e ci vuole dell’altro.

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Abrogata la domanda spargi-broncio “che hai fatto a scuola”, vi può capitare di aprire qualche altro cassetto della vostra mente e trovarlo miseramente vuoto. Le idee non ci sono, ma c’è la voglia spietata di conoscere com’è andata la mattinata a vostro figlio. Eureka! E se cominciassimo a parlare noi della nostra giornata? Poco affascinante, vero, a meno che non facciate la controfigura di Meryl Streep o la stunt-woman a Cinecittà.

Ma provateci. Io l’ho fatto e giù con storie di fotocopie e documenti da presentare, articoli da scrivere sulle cose belle cose da fare all’aria aperta, persone curiose con cui ho parlato, il corso di formazione negli studi televisivi, mamma e papà che sono andati a vedere la macchina nuova. Qualcosa, magari, imbottitela, ingigantitela, fatela bella e accattivante. Illuminate i vostri occhi e si illumineranno i suoi.

Ed eccolo lì, curioso, occhi sgranati e manina sul mio fianco, che si interessa se sono stanca, che mi chiede com’era lo studio della TV, di fargli vedere una foto dei monitor o di descrivergli la macchina nuova. E poi ha cominciato lui, è arrivata la parte che spettava a lui. La canzoncina per i nonni, il 10 in matematica e i cracker che ha mangiato al posto della torta al cioccolato. L’ora di inglese e la foto in cortile. E poi i suoi 12 canestri a basket e com’era buona la fetta biscottata con la marmellata...

Bastava solo questo? Probabilmente sì. Il proprio lavoro, qualcosa che ci ha fatto divertire, ma anche l’attesa noiosa dal dottore o qualche dettaglio ridicolo. Date l’esempio e parlate prima voi, e uscirà fuori un magnifico confronto col vostro ometto.

Germana Carillo

 

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