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Da bambino, Anthony non si sentiva come tutti gli altri: aveva problemi a leggere e veniva considerato “pigro” o, peggio ancora, “stupido” da compagni e docenti. Le ore scolastiche erano per lui un supplizio interminabile. Nessuno, né i suoi genitori, né gli insegnanti, aveva capito che il suo non era un deficit di volontà o di intelligenza, ma un disturbo dell'apprendimento chiamato dislessia.

Anthony Hamilton, oggi autore di libri (il più famoso è The Autobiography of Strong Child) e oratore motivazionale, ha voluto raccontare sul sito Ozy.com la storia del suo difficile rapporto con la scuola, segnato da una difficoltà nella lettura e nella comprensione dei testi che i suoi insegnanti e persino i suoi genitori imputavano a svogliatezza, disordine e scarse abilità intellettive. Nessuno aveva capito qual era il vero problema che affliggeva il bambino e,  più passavano gli anni, più in lui crescevano frustrazione, rabbia e rifiuto del mondo scolastico.

La dislessia, che può presentarsi in forme e livelli di gravità diversi, è un disturbo caratterizzato dall’incapacità di leggere e comprendere uno scritto. Se al bimbo o alla bimba che soffre di dislessia viene impartito un insegnamento standardizzato, che non tenga conto dell’esistenza del disturbo, sarà molto difficile conseguire risultati apprezzabili, al di là dell’impegno e delle energie profuse.

Se, invece, si individua il problema precocemente e si modifica l’insegnamento di conseguenza, con programmi mirati e, se necessario, con il supporto di alcuni specialisti (ad esempio, un logopedista), il piccolo o la piccola riuscirà a raggiungere, gradualmente, gli stessi obiettivi di apprendimento dei suoi coetanei. Perché, appunto, un bambino dislessico non soffre di alcun deficit di intelligenza: deve solo essere seguito in modo diverso, e in particolare nelle prime fasi dell’apprendimento scolastico, quando si avvicina alla lettura, alla scrittura e al calcolo.

Purtroppo, spesso la dislessia non viene riconosciuta da chi segue il bambino, come è accaduto tanti anni fa al piccolo Anthony, determinando una situazione di sofferenza, di frustrazione  e di rifiuto dell'istruzione scolastica.

“Da piccolo non mi è stata mai insegnata l’importanza di ricevere una formazione, figuriamoci come usare un aggettivo [...]" - racconta lo stesso Hamilton - "Ero in classe, ma non ero lì per imparare a scrivere o a leggere o addirittura a parlare. Non riuscivo a formulare verbalmente ciò che sentivo dentro, e provavo una grande rabbia. [...] Quando toccava a me leggere, volevo sempre nascondermi. Ogni volta mi veniva da vomitare. Piangevo costantemente, ma non in modo letterale: le mie lacrime cadevano dentro di me. Avevo 13 anni, e già odiavo quello che ero.”

Il sentirsi diverso dagli altri, inadeguato e incapace, ha portato Anthony ad avere problemi di autostima e a vivere la scuola come un incubo, come una fonte continua di umiliazioni. Tanto più che le sue difficoltà non venivano derise solo dai compagni, ma anche da alcuni insegnanti. In particolare, ricorda Hamilton, da uno degli insegnanti: quello di inglese, che un giorno decise di farlo leggere davanti a tutti, pur sapendo che non ne sarebbe stato capace e mettendolo così alla berlina.

"Avevo un insegnante d’inglese, il signor Creech, che era parte del mio incubo. Lui sapeva. Sapeva che ogni giorno frequentavo solo due classi ‘normali’ e che per la maggior parte del tempo ero assegnato ad una classe ‘speciale’. Sapeva che non ero in grado di leggere. E pensò che era necessario rivelare a tutti il mio segreto. Mi guardò: ‘Anthony', disse, 'perché non ci leggi il prossimo paragrafo?’ Non sapevo neppure che cosa fosse un 'paragrafo'. Cercavo di decifrare quello che c’era di fronte a me, coraggiosamente. Ma il semplice suono della mia voce suscitava risate istantanee."

Molti anni dopo, Anthony e il professor Creech si incontrano di nuovo, fortuitamente, e l’ex studente, ormai diventato un uomo affermato, riesce finalmente a dire quello che il bambino che era stato avrebbe voluto gridare tanto tempo prima, se solo avesse potuto.

“A 41 anni sono tornato in Texas per visitare parenti e amici. Sulla via dell’aeroporto, il mio migliore amico mi ha proposto di fermarci a bere un drink in un bar nelle vicinanze. Ci siamo seduti e, nella sala piena di fumo, ho notato una persona. Era il signor Creech, che stava comprando da bere. Sono corso verso di lui e ho messo le mani in tasca per offrirgli da bere. ‘Ci conosciamo?’ mi ha chiesto, e io ho risposto: ‘Si, lei mi conosce. Mi chiamo Anthony Hamilton e ho frequentato la sua classe.’ L’espressione sul suo volto mi ha fatto capire che ricordava bene il ragazzino che aveva deriso. ‘Sono contento di avere avuto la possibilità di vederla.’ Gli ho detto. ‘E ho delle belle notizie da condividere.’ Gli ho raccontato di avere imparato a leggere e di essere diventato uno scrittore e un oratore motivazionale. Alla fine, gli ho detto che volevo che mi facesse un favore e, quando mi ha chiesto di cosa si trattava, gli ho detto: ‘La prossima volta che avrà in classe un altro Anthony Hamilton, gli insegni a leggere.’

Il piccolo Anthony, insomma, ce l'ha fatta: da solo, senza il supporto di chi avrebbe dovuto aiutarlo e sostenerlo. E la sua testimonianza vuole essere un monito, affinché nessun altro bambino debba più patire quello che lui ha sofferto.

“Gli esperti dicono che il mio problema aveva un nome: dislessia. Ma posso dirvi che c’era anche qualcos’altro. Era una mancanza di desiderio per l'educazione. Ora questa cosa non mi appartiene più: adesso ho fame di verbi e aggettivi, sinonimi e paragrafi. Scrivo per essere l’autore della mia stessa vita [...]”

Oggi, fortunatamente, i casi-limite come quello di Anthony sono piuttosto rari: la dislessia è un disturbo di cui insegnanti ed educatori hanno una crescente consapevolezza e il rischio che un bambino dislessico venga emarginato, bistrattato e addirittura deriso è sicuramente molto inferiore rispetto a venti o trenta anni fa. Nonostante questo, è importante tenere alta l’attenzione sul tema, affinché la scuola possa essere per tutti i bambini un luogo di crescita, di opportunità, di inclusione, di calore umano e di maturazione e non una fonte di frustrazioni e di umiliazioni.

Lisa Vagnozzi
Photo Credits

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