Vitamina D: perché una sola molecola affascina il mondo ma divide gli esperti

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La vitamina D ha invaso la rete e il mondo scientifico, comparendo in più di 150 milioni di risultati generali e oltre 5.200 pubblicazioni scientifiche. La molecola, anche se chiamata vitamina, agisce in realtà come un ormone. Secondo gli scienziati è questo il segreto del suo successo.

È sufficiente scrivere ‘vitamina D’ su qualsiasi motore di ricerca, o ‘vitamin D’ su quelli scientifici come Pubmed, alla ricerca di pubblicazioni, per scoprire come la vitamina D faccia ormai da padrona in rete e nel mondo accademico.

La recente pandemia di Covid-19 ha sicuramente “dato una mano”, in quanto è ancora dibattuta la possibilità che la molecola prevenga le forme gravi dell’infezione, come sostenuto da diversi scienziati del settore (Leggi anche: “La vitamina D è efficace contro il Covid e andrebbe usata come prevenzione e terapia”. Intervista al Professor Giovanni Carlo Isaia).

“Le vitamine sono composti che dobbiamo assumere dall’esterno perché, in larga misura, non le sintetizziamo – spiega  a El Paìs José López Miranda, Direttore dell’Unità di Medicina Interna dell’Ospedale Universitario Reina Sofía e ricercatore presso l’Istituto Maimonides per la ricerca biomedica di Córdoba (IMIBIC) – Tuttavia, nel caso della vitamina D non è così, la sintetizziamo, lo facciamo attraverso l’esposizione al sole. E, sebbene la chiamiamo vitamina, è di fatto un sistema endocrino metabolico.

In altre parole, funziona come un ormone. Sarebbe proprio questo il segreto del suo successo, perché, proprio come tipico di un ormone, i suoi effetti si estendono a tutto il corpo.

“Come tutti gli ormoni che regolano la nostra fisiologia, ha una funzione a molti livelli – spiega María Cortés Berdonces, specialista in endocrinologia e nutrizione presso l’ospedale Ruber Juan Bravo di Madrid e coordinatrice del gruppo sul metabolismo osseo della Società spagnola di endocrinologia e nutrizione (SEEN) – Da qui la sua influenza su tanti aspetti della nostra salute e non solo sulle ossa”.

È noto per esempio che la vitamina D è essenziale per promuovere e modulare l’assorbimento e il deposito di calcio nelle ossa, ma ha anche altri effetti in diverse aree, tra i quali quello a livello muscolare, in relazione al cancro, sul metabolismo del glucosio e sul sistema immunitario.

Proprio su quest’ultimo punto, gli accesi dibattiti sul Covid. Diversi studi indicano infatti come carenze di vitamina D possano influenzare negativamente sullo sviluppo dell’infezione, portando a conseguenze più gravi.

“La vitamina D, tra le sue varie funzioni, ne ha una importante di tipo immuno-regolatoria – ci aveva spiegato Giovanni Carlo Isaia, Geriatra e Presidente dell’Accademia di Medicina di Torino – che agisce sia sull’immunità innata (quella per esempio fornita dalla pelle o dalle ciglia che ci difendono da virus e batteri di qualsiasi natura) che su quella acquisita (specifica, che si genera quando un particolare agente patogeno ci attacca)”.

Tuttavia nessun protocollo in Italia ne prevede l’utilizzo né come preventivo né come terapia, mentre in Paesi come l’Inghilterra è stata recentemente disposta la somministrazione di vitamina D a 2,7 milioni di soggetti a rischio, prevalentemente anziani (Leggi anche: Covid19: gli inglesi riceveranno gratis integratori di vitamina D (e potrebbero aggiungerli anche a pane e latte)).

Per le autorità italiane che la vitamina D protegga dall’infezione da coronavirus però è falso, perché non ci sono attualmente evidenze scientifiche che la molecola giochi un ruolo diretto e definitivo su questo.

Ufficialmente, infatti, la scienza ha confermato gli effetti benefici della vitamina D su altre infezioni, anche respiratorie, ma nel caso del Covid manca ancora la “prova regina”, ovvero una sperimentazione ufficiale con i protocolli ormai standardizzati che dimostrano se una sostanza è attiva o no su un problema di salute.

In altre parole nessuno studio ha ancora somministrato in modo controllato e in doppio cieco la vitamina D su pazienti già infettati o su campioni di popolazione sana per verificare un eventuale beneficio. E in assenza di questo la scienza ufficiale non può confermare nulla.

Ciò non significa che la questione non sarà approfondita, anzi. Gli scienziati stanno ancora cercando prove scientifiche sull’influenza della vitamina D sulla malattia. Uno dei primi passi è stata la sperimentazione clinica dell’IMIBIC e dell’Ospedale universitario Reina Sofía de Córdoba, che durante la prima ondata dell’infezione hanno effettuato un’indagine con 76 pazienti ricoverati con polmonite.

vitamina d covid sistema immunitario

©IMIBIC

I risultati hanno mostrato che tra quei pazienti a cui era stato somministrato calcifediolo, un pro-ormone che funge da precursore biochimico di vitamina D, meno del 10% ha avuto bisogno di andare in terapia intensiva, mentre tra coloro che non hanno ricevuto questa integrazione, circa il 50% ha dovuto farne ricorso.

“Questo studio pilota ci ha fornito una guida per continuare, ecco perché abbiamo progettato un ampio studio clinico che è ora in corso con un campione di dimensioni molto più grandi, circa 1.000 pazienti provenienti da 12 grandi ospedali del paese – annuncia López Miranda, primo autore dello studio.

Tutti a comprare vitamina D? Assolutamente no, a meno che non si sia strutturalmente carenti, cosa tra l’altro più diffusa di quanto si pensi (Leggi anche: Vitamina D: tutte le conseguenze di una carenza).

Ma forse siamo vicini a dimostrare come una piccola molecola endogena, per molto tempo trascurata, può aiutarci a vivere di più e meglio.

Fonti di riferimento: El Paìs / IMIBIC  

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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