Terapia con il plasma iperimmune: a che punto siamo, come funziona e i risultati ottenuti

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Aumentano i guariti dall’infezione da coronavirus COVID-19 e l’utilizzo del plasma iperimmune, sperimentato anche in alcune città italiane (come Mantova, Pavia, Padova, Novara), è una delle tecniche che sta dando risultati promettenti. Ma è veramente la cura miracolosa che tutti aspettavamo? La speranza è concreta, ma la ricerca deve andare avanti.

Ci sono guarigioni reali da situazioni, anche se non disperate, molto critiche. La sperimentazione autorizzata dall’AIFA si è conclusa a Mantova lo scorso 29 aprile ed è in corso l’analisi dei dati, che si attendono a breve.

Circolano sul web, sui social come su Whatsapp, messaggi che gridano alla soluzione definitiva per qualche motivo osteggiata in modo inspiegabile o più probabilmente per interessi economici, in quanto, stando alle voci, sarebbe una tecnica poco costosa con pochi margini di guadagno.

Cos’è e come funziona il plasma iperimmune

Il plasma iperimmune è un estratto del sangue che contiene anticorpi sviluppati a seguito dell’infezione (in questo caso da SARS-CoV-2) e che viene somministrato a chi ha la malattia in corso per rendere la persona in grado di rispondere all’aggressione del virus.

La Food and Drug Administration (FDA), l’autorità regolatoria americana, ha approvato l’impiego di plasma da convalescenti per il trattamento di pazienti critici con infezione da Covid-19. Il protocollo prevede la raccolta di plasma da pazienti guariti, in grado di donare sangue, che siano asintomatici da almeno 14 giorni e con i test del Covid-19 negativizzati.

In Italia, a fine marzo, la Società Italiana di Medicina Trasfuzionale e Immunoematologia (SIMTI) e la Società Italiana di Emaferesi e Manipolazione Cellulare (SIdEM) avevano pubblicato un Position Paper con il quale si evidenziavano le caratteristiche e le condizioni consigliate per la somministrazione della terapia, che implicano l’infusione di plasma con volumi fino a un massimo di 600 mL da 1 a 3 giorni consecutivi (scherma ripetibile una volta e necessario). Questo nei primi 7 giorni, di buona efficacia entro i 14 giorni, comunque non oltre le tre settimane dall’esordio della malattia.

Attualmente nel nostro Paese si segue il cosiddetto ‘protocollo San Matteo’ (siglato da varie ASST lombarde, con capofila il policlinico San Matteo di Pavia), che riprende quanto approvato dall’FDA e suggerito da SIMTI e SIdEM, in base al quale possono diventare donatori i pazienti guariti che presentino nel plasma elevati livelli di anticorpi contro il coronavirus. E che, naturalmente, non presentino altre malattie trasmissibili per via sanguigna.

La terapia è dunque nettamente diversa dal vaccino (che non esiste ancora), perché questo è un preparato che induce nei soggetti sani la risposta immunitaria tramite l’iniezione di un virus attenuato, mentre il plasma è una tecnica passiva, perché gli anticorpi sono introdotti “belli e fatti”.

“Il vaccino determina un’immunizzazione attiva, grazie alla quale si stimola l’organismo che lo riceve a produrre anticorpi specifici contro una determinata malattia – spiega sul portale Osservatorio Malattie Rare Giustina De Silvestro, del Policlinico di Padova, in prima linea contro l’epidemia – In questo caso, invece, gli anticorpi sono già stati prodotti da un altro individuo e possono essere trasfusi nel malato che non ne abbia in quantità sufficiente da superare in maniera rapida la malattia. Si parla dunque di una immunizzazione passiva”.

Non è tra l’altro una tecnica nuova, né in assoluto, né contro il Covid-19. Precedenti studi statunitensi e canadesi ne avevano già studiato l’efficacia. E un recente lavoro pubblicato su Journal of Infection Disease ha confermato che il trattamento deve essere somministrato nelle fasi iniziali, perché perde di efficacia in quelli avanzati, rendendosi praticamente inutile se il paziente è già in terapia intensiva.

I risultati finora ottenuti in Italia

La tecnica ha dato oggettivamente ottimi risultati su diversi pazienti in condizioni critiche ma non ancora disperate. A Mantova, in particolare, dove il 29 aprile si è conclusa la sperimentazione condotta congiuntamente al Policlinico San Matteo di Pavia (in corso ora l’analisi dei dati), i medici lanciano ottimi segnali di speranza con altre 20 guarigioni nelle 3 settimane di sperimentazione.

Un post pubblicato su Facebook da Giuseppe De Donno, medico impegnato nella lotta al coronavirus presso l’ospedale mantovano, è molto incoraggiante.

“Non sempre riusciamo a salvare tutti. Ma il più delle volte sì”.

E non solo a Mantova, perché anche da altri ospedali arrivano ottime notizie.

L’intervento dei Nas

La tecnica è finita però sotto la lente di ingrandimento dei Nas (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma dei Carabinieri) che hanno chiesto di esaminare la cartella clinica di una donna incinta risultata guarita a seguito di tale protocollo.

Che però – questo il motivo dell’indagine – ha ricevuto la cure anche se non inclusa nella sperimentazione. Come riporta ‘La Gazzetta di Mantova’ il manager dell’azienda ospedaliera si è difeso dicendo che la terapia è stata usata “in ambito compassionevole”, ovvero al di fuori della sperimentazione, come è possibile fare con pazienti affetti da malattie gravi o rare o che si trovino in pericolo di vita e che non abbiano comunque alternative.

I limiti della terapia

Ma come spesso accade, non è (ancora) tutto perfetto. La terapia ha dei limiti, alcuni dei quali potrebbero essere superati da ulteriori ricerche.

Innanzitutto non previene la malattia, anzi: servono malati per guarirne altri. Questo, non solo di per sé non è l’optimum perché l’obiettivo è eradicare la malattia, ma implica la donazione di sangue (con tutti i rischi associati ad altre malattie trasmissibili, per cui sono necessari controlli anti AIDS, epatite C e altre patologie). E, pur essendo partite stupende gare di solidarietà, non sappiamo se sarà sempre disponibile per tutti coloro che ne avranno bisogno.

“Al servizio di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale del Carlo Poma sta intanto procedendo a pieno regime la raccolta del plasma da pazienti guariti, con un ritmo di 6-7 prelievi al giorno. Una gara di solidarietà da parte dei donatori, ormai oltre 60, che si propongono anche da fuori provincia e da altre regioni italiane per offrire il prezioso emocomponente” scrive a questo proposito l’ASST di Mantova.

Ma soprattutto ora il plasma utilizzato non è il migliore possibile, come spiega il Presidente dell’AVIS Nazionale Gianpietro Briola:

“Si è dimostrato che in molti casi il plasma è efficace per gli anticorpi presenti nei soggetti guariti, ma con il plasma prelevato si somministrano anche sostanze non necessarie per il trattamento di determinate patologie. Quindi, rappresenta una terapia sperimentale ed emergenziale già nota per altre malattie. Serve ora capire quali sono gli anticorpi efficaci, isolarli, purificarli e poi somministrare solo quelli in dose controllata e farmacologica. Come avviene per le immunoglobuline antitetaniche, ad esempio”.

Per questo la ricerca continua. La cura miracolosa (ancora) non esiste e accanto a questa è indispensabile trovare valide soluzioni per la prevenzione.

Fonti di riferimento: Osservatorio Malattie Rare / Scientific American / Università di Montreal / Journal of Infection Disease / La Gazzetta di Mantova / ASST di Mantova / AVIS Nazionale / FDA / Società Italiana di Medicina Trasfuzionale e Immunoematologia (SIMTI) e la Società Italiana di Emaferesi e Manipolazione Cellulare (SIdEM)

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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