Solvay accusata di ostacolare la ricerca su PFAS sconosciuti: “minacce legali al laboratorio di test”

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I PFAS tornano di nuovo al centro delle polemiche. Secondo una nuova indagine condotta da Consumer Reports, la Solvay starebbe mettendo i bastoni tra le ruote a un laboratorio canadese, al quale è stato impedito di vendere un prodotto usato per individuare la presenza di PFAS nel suolo o nell’acqua.

Secondo le accuse mosse da ConsumerReports, infatti, Solvay starebbe ostacolando la ricerca sui PFAS minacciando il laboratorio tramite azioni legali. A destare ancora più scalpore è il fatto che ora gli scienziati indipendenti debbano necessariamente passare attraverso la stessa Solvay per ottenere i test sui PFAS.

Dopo le accuse mosse da EWG, secondo cui la Solvay avrebbe addirittura tenuto nascosti per anni dei documenti riguardanti i danni per la salute, adesso questa indagine accusa di mancanza di etica la società.

Il nuovo scandalo vede come protagonista il Wellington Laboratories con sede in Canada, specializzato nella creazione di “standard analitici” di sostanze chimiche. Si tratta di versioni pure di composti che gli scienziati possono utilizzare per monitorare con precisione la presenza e la concentrazione di un contaminante nell’ambiente, compresi i PFAS. Sebbene il lavoro possa sembrare complesso, si tratta di uno strumento molto importante che permette agli scienziati di condurre ricerche accurate su sostanze chimiche di cui si sa poco. Sostanze che, come nel caso dei PFAS, sono tutt’altro che benefiche per la salute umana. Molti di questi composti hanno sollevato preoccupazioni perché persistono nell’ambiente per lunghi periodi di tempo e sono stati collegati a ritardi nell’apprendimento nei bambini, cancro e altri problemi di salute.

Tra i prodotti del laboratorio Wellington, c’era uno standard per una sostanza chimica PFAS di proprietà di Solvay nota come C6O4, una nuova varietà di PFAS. Ma alla fine di gennaio, il presidente di Wellington, Brock C. Chittim, ha pubblicato una lettera online in cui avvisava i suoi clienti che stava interrompendo definitivamente l’uso dello standard C6O4, dopo che Solvay l’aveva accusato di violazionei diritti di brevetto dell’azienda.

Nicole Riddell, responsabile della qualità di Wellington, ha raccontato a CR che dopo aver appreso della posizione di Solvay nell’estate del 2020, alla società è stato rilasciato un “rilascio temporaneo” per vendere lo standard all’Agenzia ambientale italiana (immaginiamo l’Ispra) per facilitare le indagini sul C6O4 nel nostro paese. Ma dopo sei mesi di discussioni con Solvay, Riddell riferisce:

“Non siamo stati in grado di ottenere una licenza che consentisse l’accesso non censurato allo standard da parte di qualsiasi gruppo di ricerca interessato ad analizzare questo contaminante ambientale”.

“L’azione di Solvay è senza precedenti” dicono i ricercatori a ConsumerReports.

Di fatto, il laboratorio canadese non può più vendere uno dei prodotti cruciali e su cui i ricercatori indipendenti di tutto il mondo fanno affidamento per testare e analizzare se una particolare sostanza chimica PFAS sia presente nel suolo o nell’acqua. La Solvay infatti, secondo i documenti esaminati da Consumer Reports e le interviste, ha minacciato il laboratorio di azioni legali.

“Solvay sta cercando di rendere estremamente difficile, se non impossibile, per gli scienziati accademici misurare accuratamente questo composto nell’ambiente”

ha spiegato Michael Hansen, Ph.D., scienziato senior presso CR.

“Senza standard chimici, è estremamente difficile condurre qualsiasi monitoraggio per misurare la presenza e la concentrazione di sostanze chimiche nell’ambiente o nel corpo umano”, ha aggiunto Alissa Cordner, co-direttrice del PFAS Project Lab presso la Northeastern University di Boston.

Finora le trattative tra laboratorio e società sono fallite e Wellington ha fermato la produzione e la vendita di questo standard di riferimento certificato.

Protestano scienziati e associazioni

Secondo gli scienziati indipendenti e le associazioni dei consumatori la manovra legale di Solvay è una tattica che ostacolerà la ricerca su una nuova ed emergente sostanza chimica PFAS. Secondo la legge federale USA, le aziende che utilizzano PFAS per realizzare prodotti, come batterie o indumenti antimacchia, possono già vietare la divulgazione pubblica di informazioni sulle sostanze chimiche che utilizzano sostenendo che sono “riservate” e segrete.

Dal canto suo, la società si è difesa. Brian Carroll, responsabile delle comunicazioni esterne di Solvay, ha confermato di essere venuto a conoscenza degli standard analitici di Wellington all’inizio del 2020 e successivamente “ha stabilito che l’offerta di Wellington violava il brevetto di Solvay”.

“In qualità di azienda scientifica con la sostenibilità al centro, Solvay soddisfa gli standard legali applicabili in materia di salute, sicurezza e ambiente”, rassicura. “Abbiamo a cuore il benessere dei nostri dipendenti e delle comunità in cui operiamo”.

Purtroppo i timori rimangono anche alla luce delle recenti accuse mosse contro la Solvay da EWG, che ha chiesto all’EPA di multarla per 430 milioni di dollari sostenendo che essa per anni non avesse notificato all’agenzia gli studi che dimostravano i rischi per la salute.

Secondo Dave Andrews, scienziato senior di EWG, l’azione di Solvay contro Wellington non solo ostacola la ricerca scientifica per una delle sue sostanze chimiche, ma è

“coerente con l’incapacità dell’azienda di fornire dati di sicurezza critici all’EPA. È vergognoso che Solvay stia facendo rispettare i diritti di brevetto e ostacolando la capacità dei ricercatori di documentare l’entità della contaminazione da PFAS nell’ambiente o di studiarne in modo indipendente la tossicità”.

Una minaccia che continuerà a incombere sulle nostre teste, anche in Italia.

Fonti di riferimento: ConsumerReports

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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