Kiwi positivo al Covid-19, non credere alla pericolosa “bufala” che alimenta la disinformazione

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Può un kiwi essere positivo al Covid-19? Sembra di sì, almeno è quanto ha appurato un esperimento (senza senso), i cui risultati sono circolati in rete in questi giorni.

Un video che ha avuto un buon successo e diffusione, soprattutto sui social, mostra 3 uomini in camice bianco addetti ad effettuare un tampone rapido per valutare la presenza del coronavirus.

Questo viene fatto però, in maniera molto curiosa, non per testare l’eventuale positività di una persona, ma quella di un kiwi.

Il risultato del tampone è positivo. Ma che senso ha fare un test del genere ad un frutto? Il motivo degli ideatori del video è semplice: mostrare l’inattendibilità di questo strumento.

Secondo gli autori del test, infatti, la positività del kiwi dimostrerebbe che non conosciamo abbastanza il coronavirus per poterlo individuare tramite test rapido, dato che evidentemente il tampone ha reagito ad altri componenti.

Ma le cose non stanno proprio così. Il punto è molto semplice: i tamponi sono fatti per essere utilizzati (e poter dare risultati attendibili) sulle persone. Analizzare un kiwi è dunque inutile e fuorviante.

Siamo di fronte, ancora una volta, ad una delle tante fake news che circolano sul Covid. Un esperimento che di fatto non dimostra l’inattendibilità dei tamponi, dato che non sono certo stati testati per funzionare su un kiwi.

Tra l’altro c’è anche chi ha rifatto l’esperimento (un medico chirurgo) ottenendo un risultato esattamente contrario.

Sottolineiamo che la colorazione tipica del test (che ricorda come meccanismo di rilevazione quello di gravidanza, ma chiaramente non lo è affatto), può essere ottenuta anche facendo reagire il kit con altri composti chimici, magari anche quelli del kiwi.

Il fatto che il colore possa essere lo stesso non significa che il test ha rilevato il SARS-CoV-2, e nemmeno un altro coronavirus.

Significa solo che è avvenuta un’altra reazione chimica che ha portato alla formazione di un composto dello stesso colore (tralasciando che l’occhio umano non è poi così sensibile come si pensa).

Per questo i test vengono messi a punto previa alcune condizioni, in questo caso che i campioni siano umani, proprio per evitare che altri campioni, chimicamente fatti di altro, possano indurre reazioni con risultati solo “occhiometricamente” analoghe.

Fonti: Youtube/  Matteo Marolla / Facebook

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Francesca Biagioli è una redattrice web che si occupa soprattutto di salute, alimentazione naturale, oli essenziali e fitoterapia, le sue passioni da sempre. Laureata in lettere moderne, con Master in editoria, ha poi virato le sue competenze verso il benessere olistico
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