Mattatoi, ancora un altro focolaio di coronavirus in un grande impianto del mantovano

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Focolai nei mattatoi del mantovano. Non si placa l’allarme nel comune lombardo dove, dopo i casi dei giorni scorsi, altri 10 lavoratori sono risultati positivi al Covid-19. Continua così l’incubo dei mattatoi, i non luoghi per eccellenza, in cui sin da subito è stata chiara una cosa: è qui che si diffonde repentinamente e in maniera estremamente facile (anche) il coronavirus.

Già la settimana scorsa l’Ats Valpadana aveva identificato in un grosso macello in un Comune del Mantovano 360 lavoratori positivi, dopo averli sottoposti a tampone naso-faringeo.

In questi ambienti è praticamente impossibile mantenere le distanze di sicurezza e acqua, umidità, vapore, presenza di feci e sangue animale fanno il resto, trasformando i mattatoi nei luoghi più pericolosi nella diffusione del virus.

Ora, per i 10 nuovi contagiati, di cui 8 residenti nel mantovano, sono già state avviate e disposte le misure di isolamento domiciliare e di sorveglianza sanitaria, mentre l’azienda è stata sottoposta alle procedure di sanificazione nel week end appena trascorso. Non sono però emerse irregolarità riguardanti i protocolli di sicurezza previsti dalla legge.

Perché nei mattatoi si diffonde così facilmente il virus?

Un grave problema riscontrato non solo in Italia, ma in mezzo mondo: troppi lavoratori, assenza di distanziamento fisico, oltre a una manodopera sfruttata portata allo stremo e tra l’altro proveniente quasi sempre dalle fasce più deboli e da contesti socio-economico precari.

E i contagi non riguardano solo i lavoratori, ma anche i loro familiari, sebbene molte aziende assicurano di aver implementato le misure di sicurezza.

Le dinamiche di lavorazione delle carni obbligano di fatto a turni di lavoro affollati: per ore gli operai stanno vicini gli agli altri per poter seguire la catena di montaggio, mentre toccano carcasse di qualsiasi animale. In tutti casi, poi, si respira con difficoltà e, anzi, indossare una mascherina può essere quasi impossibile perché viene a mancare il fiato. Tutti fattori che fanno sì che venga emessa una maggiore quantità di droplets potenzialmente infettivi.

In più le bassissime temperature contribuiscono a far proliferare il coronavirus e altri virus. Una serie di cause inanellate tra loro, insomma, che fanno di questi ambienti di lavoro una bomba a orologeria.

Fonte: Brescia Today

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista, classe 1977, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing e correzione di bozze. Direttore di Wellme.it per tre anni, scrive per Greenme.it da dieci. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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