Covid-age: qual è la tua età “vulnerabile” al Covid-19?

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Il virus SARS-CoV-2 può essere asintomatico ma anche rischioso per la vita. L’Association of Local Authority Medical Advisors ha elaborato ‘Covid-age’ un tool informatico che calcola la probabilità che il Covid-19 sia fatale. E mentre l’età continua ad essere uno dei fattori più importanti, anche l’obesità si mostra pericolosa.

Covid-age è uno strumento semplice che aiuta a valutare la vulnerabilità di un individuo al Covid-19. Non è un calcolo “nuovo”, ma si basa su prove scientifiche pubblicate per i principali fattori di rischio già identificati, tra le quali l’età, che fa incrementare in modo esponenziale il rischio (ad esempio, rispetto a una persona sana di 20 anni, una persona sana di 60 anni ha più di 30 volte il rischio di morire se contrae il Covid-19).

Ma non solo: anche essere uomo è più pericoloso di essere donna per il Covid: il tool infatti sottrae 5 anni di età se il soggetto è donna, abbassando di conseguenza il rischio. Questo perché da studi epidemiologici (con qualche tentativo di spiegazione biochimica), gli uomini mostrano più spesso delle donne conseguenze più gravi dovute all’infezione. Altri anni di età vengono invece aggiunti in presenza di malattie pregresse.

“Covid-age riassume la vulnerabilità per combinazioni di fattori di rischio tra cui età, sesso ed etnia e vari problemi di salute – spiega l’associazione sul sito ufficiale del tool –  Funziona “traducendo” il rischio associato a ciascun fattore in anni che vengono aggiunti (o sottratti) all’età effettiva di un individuo. Questo fornisce quindi un’unica misura complessiva della vulnerabilità. Può essere utilizzato in persone senza condizioni mediche di base o condizioni mediche multiple. Una misura combina tutti i fattori di rischio di un individuo con la sua età effettiva”.

Chiaramente il tool non copre tutte le patologie possibili e non mira a diventare uno strumento per trattamenti clinici, ma può comunque essere di aiuto come screening e magari per l’elaborazione di strategie anti-contagio più mirate.

“I calcoli presuppongono come impostazione predefinita che gli anni aggiunti per diversi fattori di rischio possano essere sommati (ovvero che i rischi relativi si moltiplichino) – precisano poi gli autori – Tuttavia tale ipotesi potrebbe non essere accurata, specialmente quando porta a Covid-età calcolate superiori a 85”.

Ma questo non è un difetto del sistema  (che comunque è in costante aggiornamento, come lo è la scienza).

“Le prove scientifiche disponibili non consentono una discriminazione sicura della vulnerabilità ad un livello così elevato – spiegano ancora – Il calcolatore presenta quindi Covid-age in questo intervallo superiore semplicemente come >85. Tuttavia mostra la quantità aggiunta per ciascun fattore di rischio in modo che i medici possano vedere l’impatto presunto delle diverse condizioni”.

Uno strumento molto semplice dunque, e nella sua semplicità forse non del tutto accurato. E, come tutti gli strumenti probabilistici, non può escludere che si verifichi l’evento inatteso. Ma può dare alcune indicazioni utili, soprattutto per le fasce più deboli della popolazione.

E in queste fasce, purtroppo, non rientra solo chi è in età avanzata o con patologie croniche pregresse. Da alcuni recenti studi è emerso infatti che anche l’obesità gioca un ruolo importante nell’aggravarsi delle condizioni cliniche in caso di infezione da SARS-CoV2, a causa dei disturbi metabolici associati.

Lo scorso luglio, in particolare, la Public Health England ha stimato che avere un indice di massa corporea (BMI, calcolato come il rapporto tra il peso e il quadrato dell’altezza) compreso tra 35 e 40 potrebbe aumentare le possibilità di una persona di morire per covid-19 del 40%, mentre un BMI maggiore di 40 potrebbe aumentare il rischio del 90%. I risultati erano stati pubblicati su BMJ.

L’ipotesi è stata poi confermata da uno studio italiano che ha concluso come il grasso viscerale in eccesso sia significativamente più alto nei pazienti che necessitano di terapia intensiva, arrivando a identificare così questa condizione come un indicatore di esiti clinici peggiori nei pazienti con Covid-19.

Ma perché?

“Due cose accadono quando si verifica l’obesità: la quantità di grasso aumenta, ma anche il deposito di grasso in posti errati – spiega Stephen O’Rahilly, direttore della Metabolic Diseases Unit del Medical Research Council presso l’Università di Cambridge – Il grasso arriva nel fegato e nel muscolo scheletrico, e questo disturba il metabolismo. Il problema principale è che si ottengono livelli molto alti di insulina nel sangue”.

L’obesità è associata di per sé dunque a una serie di anomalie, tra cui un aumento delle citochine infiammatorie e una riduzione di una molecola chiamata adiponectina, anche questa della famiglia delle citochine, che protegge direttamente i polmoni. Ed è anche possibile che il grasso aumenti nel polmone stesso, il che può disturbare il modo in cui questo reagisce al virus.

La condizione è dunque solo la punta dell’iceberg di situazioni patologiche che rendono l’organismo più vulnerabile. Non solo al Covid si intende.

Fonti di riferimento: Association of Local Authority Medical / BMJ luglio 2020 / BMJ ottobre 2020

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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