Il “nostro” coronavirus è molto simile a quello dei pangolini venduti di contrabbando in Cina. Lo studio

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Il coronavirus che sta affliggendo il mondo intero sembra parente stretto di altri trovati in alcuni pangolini venduti di contrabbando in Cina. Lo studio è stato condotto da un team internazionale di ricercatori di diverse università asiatiche e australiane. Presto per affermare che siano questi gli animali origine della pandemia ma gli scienziati continuano ad avvertire: mai manipolare la fauna selvatica.

L’origine del virus SARS-CoV-2 non è del tutto nota. Anche se la comunità scientifica attribuisce ragionevolmente ai pipistrelli il ruolo di ospiti serbatoio per l’agente patogeno, l’identità di chi lo ha “traghettato” nelle nostre cellule non è nota con certezza- Altri autorevoli studi (uno per tutti pubblicato recentemente su Nature), comunque, ne hanno confermato l’origine naturale, smentendo l’ipotesi che sia stato creato in laboratorio.

Si ritiene, anche se non si ha la certezza, che l’epidemia sia scoppiata nel mercato del pesce di Wuhan, epicentro del disastro mondiale, dove venivano macellati sul momento e venduti molti animali, anche selvatici, tra cui diversi pipistrelli.

L’ipotesi di zoonosi, ovvero di infezione animale, resta la più accreditata, anche se chi abbia favorito il vero “salto di specie” (spillover) non è stato ancora dimostrato. Ma già a febbraio era stata avanzata la teoria del consumo dei pangolini (tra l’altro specie in via di estinzione) come causa delle prime infezioni umane, poi dilagate.

Ora uno studio sembra confermarlo, perché alcuni ricercatori hanno trovato virus molto simili al SARS-CoV-2 in alcuni esemplari di Manis javanica (pangolini malesi), sequestrati dalle autorità cinesi perchè venduti di contrabbando. La “parentela” è stata riscontrata in un caso proprio nel dominio di legame del recettore, quella parte del virus che si lega alla cellula per poi infettarla.

“La scoperta di molteplici tipi di coronavirus nel pangolino e la loro somiglianza con SARS-CoV-2 suggerisce che questi animali dovrebbero essere considerati come possibili ospiti nell’emergere di nuovi coronavirus – scrivono i ricercatori su Nature – e dovrebbero quindi essere rimossi dai mercati umidi per prevenire la trasmissione zoonotica”.

Gli scienziati hanno lanciato allarmi da tempo: la nostra invasione di spazi che la natura non ci ha riservato è molto pericolosa: abbiamo distrutto già la metà delle foreste, che, oltre a mitigare i cambiamenti climatici, sono l’habitat dell’80% della biodiversità terrestre: vi abitano milioni di specie in gran parte ignote alla scienza, compresi virus, batteri, funghi e molti altri organismi, anche parassiti, che vivono in equilibrio con l’ambiente e le specie con le quali si sono evoluti. E tra questi non figura l’uomo.

Un recente rapporto di WWF Italia ha concluso che molte delle malattie emergenti sono conseguenza di comportamenti umani errati, tra cui la deforestazione ma anche il commercio illegale e incontrollato di specie selvatiche e l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi. Stiamo invadendo spazi che la natura non ci ha donato (e forse c’era un motivo).

Forse dovremmo ammetterlo e correre ai ripari.

Fonti di riferimento: Nature

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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