Coronavirus, negli Usa l’andamento molto peggio dell’Italia: si prevede un disastro assoluto

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Coronavirus: gli Stati Uniti potrebbero vivere una catastrofe. Stando ai dati della mappa realizzata dalla Johns Hopkins University (Baltimore, Usa) sono gli Usa a mostrare la situazione di gran lunga peggiore. E gli effetti, se confermati, potrebbero manifestarsi a breve. Non sarebbe dunque l’Italia la situazione più disastrosa.

Tutti trend statistici sulla base dei dati esistenti, nulla di certo e comunque soggetto ancora ad altre potenziali variabili, soprattutto perché in molti Paesi l’epidemia è appena iniziata e quasi nessuno ha ancora raggiunto il famigerato picco che tutti aspettano. Ma i casi nel mondo sono ormai più di 350.000, con più di 15.000 morti confermati da oltre 180 Paesi e qualche previsione si inizia a tracciare.

L’Italia non sarebbe affatto il caso peggiore e comunque non particolarmente sfortunato, avendo andamento epidemico molto simile ad altri Paesi europei e “migliore” (con le dovute cautele) di quello degli Usa, che, stando ai dati per ora disponibili, potrebbero essere di fronte ad una possibile catastrofe: l’andamento appare infatti più ripido di quello italiano, dove pure permane una situazione di crisi.

coronavirus usa vs italia

Rielaborazione da dati ©Johns Hopkins University (dati a  partire dal 200-esimo caso accertato)

coronavirus italia vs altri paesi ue

Rielaborazione da dati ©Johns Hopkins University (dati a  partire dal 200-esimo caso accertato)

Gli Stati Uniti, così come altri Paesi europei dove l’andamento è simile se non peggiore al nostro, sono indietro rispetto all’Italia di circa 2 settimane, ed è molto presto per trarre delle conclusioni, ma l’andamento dovrebbe suggerire agli altri Paesi di intervenire al più presto possibile.

Attualmente la strategia europea per contenere il virus è quella del distanziamento sociale, sul modello della Cina che ora, dopo mesi, vede la luce in fondo al tunnel. Decreti di chiusura totale di attività e imprese sono infatti in vigore in quasi tutti i Paesi.

Ma non è questa l’unica strategia applicata e neppure l’unica raccomandata dall’Oms, che invita anche al tracciamento capillare e all’isolamento dei casi positivi, molti dei quali asintomatici o con sintomatologia molto lieve, come in corso in Corea del Sud che si trova ora in una situazione di controllo dell’epidemia (anche se picchi di ritorno non sono purtroppo da escludere).

coronavirus italia vs asia

Rielaborazione da dati ©Johns Hopkins University (dati a  partire dal 200-esimo caso accertato)

Purtroppo, infatti, circa il 15% delle infezioni richiede ricovero ospedaliero, a volte di terapia intensiva come intervento di supporto all’ossigenazione: il virus attacca infatti gli alveoli polmonari rendendoli sempre meno capaci di incamerare ossigeno.

coronavirus nel mondo

©Johns Hopkins University

I Paesi devono quindi fare i conti con i propri sistemi sanitari, ovvero con le loro risorse umane e strumentali, tra cui gli stessi posti letto, che in Italia appaiono ormai insufficienti ad una gestione complessiva della malattia. Nelle regioni del nostro Nord Italia c’è un vero stato di emergenza, con contagi e purtroppo morti sempre in aumento.

Le previsioni sugli Usa, così particolarmente drammatiche (il Paese è già il terzo al mondo per numero di contagi dopo Cina e Italia), si sposano con un sistema sanitario di fatto inesistente, basato su assicurazioni private, che potrebbe mostrare ora la sua debolezza.

È presto per trarre le conclusioni definitive, ma le previsioni dovrebbero essere utili ai governi (e ai cittadini) per prepararsi al peggio e contenere gli effetti più devastanti.

Fonti di riferimento: Johns Hopkins University

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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