Coronavirus: scoperta la molecola che potrebbe frenarne la riproduzione

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Il coronavirus ha sempre meno segreti. Un team di ricerca dell’Università tedesca di Lubecca ha scoperto un’arma in grado di fermare il “motore” del Covid-19. Si chiama 13b e potrebbe offrire nuove speranze nella lotta alla pandemia.

Tutto il mondo sta lavorando per contrastare il coronavirus, che ad oggi ha ucciso 11.400 persone, di cui oltre 4000 solo in Italia. Di recente, un gruppo di scienziati ha scoperto una molecola, nota come 13b in grado di legarsi e inibire l’enzima proteasi, che permette al virus di replicarsi nelle cellule infettate.

La principale proteasi virale (Mpro, chiamata anche 3CLpro) è coinvolta nella replicazione del coronavirus ed è uno dei bersaglio più attraenti per chi studia nuove terapia. A riprodurne la struttura in dettaglio, come mai era stato fatto finora, è stato ora il gruppo di ricerca del Prof. Dr. Rolf Hilgenfeld dell’Università di Lubecca e del Centro tedesco per la ricerca sulle infezioni (DZIF).

La proteasi principale è un enzima chiave nel ciclo di vita del coronavirus perché elabora le proteine in cui l’RNA virale viene tradotto per la prima volta dopo che raggiunge l’interno della cellula umana. La proteasi taglia dodici proteine più piccole, che a loro volta formano componenti del complesso di replicazione che esegue la copia del genoma dell’RNA del virus.

13b

©Università di Lubecca

“Se riusciamo a bloccare la proteasi principale, possiamo prevenire la replicazione del virus”, spiega il prof. Rolf Hilgenfeld.

Quest’ultimo lavora su tali inibitori dal 2013, subito dopo lo scoppio della Sindrome respiratoria del Medio Oriente (MERS) nella penisola arabica, causata da un altro fatale coronavirus. Da allora, insieme al suo team ha sviluppato e ottimizzato inibitori che ostacolano la principale proteasi di tutti i possibili coronavirus.

Conoscere a fondo com’è fatto il coronavirus, come si replica e quali sono i punti deboli permetterà agli scienziati di trovare nuove armi per combatterlo e impedirgli di provocare ancora morti.

I risultati sono stati pubblicati su Science.

Fonti di riferimento: Università di Lubecca, Science

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©Shutterstock/

L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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