Coronavirus: il 17% dei pazienti guariti dal Covid-19 risulta nuovamente positivo dopo due settimane

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Non è ancora chiaro se è contagioso, ma quasi un paziente su 5 clinicamente guarito dall’infezione risulta nuovamente positivo dopo due settimane al SARS-CoV-2. La ricerca, guidata dal Policlinico Gemelli, lancia un’allerta ma potrebbe anche essere da sprone per uno studio mirato al miglioramento dei test, nonché alla ricerca della reale infettività dei positivi.

Lo studio ha coinvolto 131 pazienti Covid-19 e ha verificato che 22 di loro, ovvero il 16.7%, pur in assenza di febbre e con due successivi tamponi negativi, hanno presentato nuovamente tampone positivo dopo due settimane.

Il Policlinico Gemelli ha annunciato questi risultati preoccupanti, ma potenzialmente molto utili, a seguito dell’attivazione di un servizio di assistenza post-acuta per i pazienti Covid-19 guariti e dimessi dall’ospedale per monitorarne la salute a lungo termine. Tra il 21 aprile e il 21 maggio scorsi un totale di 137 individui ufficialmente guariti dal Covid-19 sono stati coinvolti nello studio e quasi tutti (131) hanno ricevuto un nuovo tampone a giugno.

Dalle analisi sono emerse inoltre anche altre evidenze:

  1. Diversi sintomi erano ancora frequenti nella popolazione di guariti, in particolare la fatica nel 51%, difficoltà respiratorie nel 44%, tosse nel 17%, e questo indipendentemente dall’esito positivo o negativo del tampone effettuato a giugno.
  2. La probabilità di risultare ancora positivi al SARS-CoV-2 dopo la guarigione è risultata significativamente elevata tra coloro che ancora presentavano sintomi respiratori, come mal di gola e rinite (sintomi simili al raffreddore).

Come si legge sul testo della ricerca, il lavoro ha comunque alcuni limiti: innanzitutto manca di informazioni sulla storia dei sintomi prima dell’infezione acuta da Covid-19 e di dettagli sulla gravità dei sintomi. Inoltre è uno studio monocentrico con un numero relativamente piccolo di pazienti e senza un gruppo di controllo di pazienti dimessi dall’ospedale per altre malattie acute (ad esempio, i pazienti con polmonite possono anche soffrire di sintomi persistenti, suggerendo che questi risultati potrebbero non essere esclusivi di Covid-19). Tuttavia, le caratteristiche cliniche dei partecipanti consentono di escludere la presenza di altre malattie acute al momento della valutazione.

Un’altra importante limitazione dello studio è la metodologia utilizzata per diagnosticare l’infezione da SARS-CoV-2. Dati recenti riportano il rischio di suscitare risultati falsi negativi e falsi positivi perché è noto che i risultati possono essere influenzati dalla variazione delle sequenze di RNA virale. Infatti, la diversità genetica e una possibile rapida evoluzione di questo nuovo coronavirus sono state osservate in vari studi. Questi dati quindi dovrebbero essere considerati preliminari e richiedono la convalida da campioni di dati più grandi.

Questo è il primo studio a fornire un dato certo sui pazienti (16,7%) ancora positivi al tampone dopo la guarigione – spiega Francesco Landi, primo autore del lavoro – Questi risultati suggeriscono che una significativa quota di guariti potrebbe essere ancora potenziale portatore del virus. In particolare, i guariti in cui persistono mal di gola e rinite dovrebbero evitare contatti ravvicinati, indossare la mascherina e possibilmente ripetere un ulteriore tampone”.

Non ne usciremo più?

Non è chiaro se il tampone positivo sia necessariamente indicativo di presenza del virus vivo e quindi infettivo nel soggetto guarito”.

In altre parole, non è dimostrata la possibilità che i guariti ancora positivi siano effettivamente contagiosi e quindi da isolare come gli altri.

Che è forse la chiave di volta sulla quale puntare per un tracciamento più mirato ed efficace.

Il lavoro è stato pubblicato su American Journal of Preventive Medicine.

Fonti di riferimento: Policlinico Agostino Gemelli / American Journal of Preventive Medicine

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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