Il metodo coreano per fermare il coronavirus (che il mondo non ha seguito) funziona

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La Corea del Sud non è allineata con il metodo cinese e italiano (in corso di adozione anche in altri Paesi europei e del mondo) e sta fermando il Coronavirus con tecnologia e tamponi a tappeto, senza  chiudere le città. E funziona: il Paese vede la luce in fondo al tunnel.

E mentre tutta l’Europa sta seguendo l’Italia nei blocchi, in Corea nessuno stop totale, se non ad eventi molto numerosi, contando su una campagna di controlli a tappeto, quasi casa per casa, con monitoraggio degli spostamenti via GPS e metodologie di rilevamento del virus sofisticatissime. Ma anche sulla cooperazione dei cittadini, che vedono le autorità sanitarie come un modello da seguire.

La Corea del Sud si stava preparando al virus già da quando questo si stava diffondendo in Cina, probabilmente da novembre, supponendo, anche solo per prossimità geografica, di essere particolarmente a rischio. E si è armata subito di test e di alta tecnologia.

coronavirus corea del sud gps

©kai celvin/Shutterstock

In realtà qualcosa all’inizio è andato storto perché, dopo qualche decina di contagi e una situazione che appariva sotto controllo fino alla metà di febbraio (30 positivi e nessun morto), ha contratto il virus una cittadina appartenente alla Chiesa di Gesù Shincheonji, una setta che conta 240 mila seguaci in 29 Paesi.

Per gli adepti, questo virus era un peccato che non andava curato con la medicina, ma tenendosi per mano, ansimando in chiesa. Un vero covo di incubazione per il coronavirus, che è letteralmente esploso, facendo incrementare esponenzialmente contagi e decessi, il 60% dei quali appartenenti alla medesima setta.

La Nazione non si è fermata e, se da un lato ha incriminato il leader accusato aver favorito l’avanzata dell’agente patogeno sottraendosi e facendo sottrarre i seguaci ai controlli, dall’altra ha messo in campo tutte le sue forze di monitoraggio, che arrivano a tracciare gli spostamenti dei singoli cittadini, sottoposti a tamponi anche se asintomatici e obbligati alla quarantena se positivi.

Ma non bloccando le città. Nei video postati su Facebook da diversi sindaci, si vedono le autorità sanitarie che invitano i cittadini a stare a casa, evitando assembramenti.

“Cittadini, partecipate attivamente al temporaneo stop della vita sociale

Un invito che in Corea del Sud non ha avuto bisogno di decreti e denunce.

Da uno studio recentemente pubblicato su Science emerge che l’86% dei casi è asintomatico e non rilevato, ma perfettamente in grado di trasmettere il virus (il 79% dei contagi accertati è proprio dovuto a questi contatti).

Il distanziamento sociale è dunque un’efficace metodologia perché, se rispettata, assicura la distanza anche da soggetti asintomatici, ma potrebbe non bastare: anche l’OMS raccomanda di unire a queste misure restrittive anche il tracciamento con geolocalizzazione e testing dei potenziali contagiati, in modo da spezzare le linee di trasmissione.

La Corea del Sud ne sta uscendo così. Ma noi avremmo accettato di essere monitorati ovunque? La nostra democrazia impone ancora rispetto e privacy. A volte ad alti costi.

Fonti di riferimento: Facebook / Twitter / Giornale Seoul / Organizzazione Mondiale della Sanità

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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