Coronavirus, la metà dei pazienti è ancora positiva a 30 giorni dal primo tampone. Lo studio italiano

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Nuovo coronavirus: per quanto tempo si rimane effettivamente contagiosi? Mesi e mesi dopo il primo caso di Covid-19, la scienza sembra essersi finalmente focalizzata su un dato: la metà dei pazienti è ancora positiva dopo un mese dalla diagnosi.

Secondo uno studio italiano pubblicato sulla rivista BMJ Open e condotto dall’Azienda unità sanitaria locale-Irccs di Reggio Emilia su un campione di individui sintomatici risultati positivi al virus tra febbraio e aprile, nella media il nuovo coronavirus impiega un periodo di 30 giorni dal primo tampone positivo per essere eliminato dall’organismo, ovvero la metà dei pazienti è ancora positiva dopo circa un mese dalla diagnosi. E invece sono 36 i giorni necessari per la scomparsa dal manifestarsi dei primi sintomi.

Questo spiegherebbe perché una bimba di 4 anni sia stata “debolmente positiva” (non più infetta) per quattro mesi e il caso di coloro che hanno dovuto aspettare il 28° tampone perché risultasse negativo.

Lo studio

Nella fattispecie, risulta ancora poco chiara l’estensione del periodo in cui il soggetto resta contagioso dal momento della diagnosi. L’Oms raccomanda 13 giorni di isolamento dalla comparsa dei sintomi del Covid-19 e 10 dalla data del tampone positivo in una persona asintomatica.

“In Italia – dichiara all’Ansa Francesco Venturelli, del Servizio di Epidemiologia dell’azienda sanitaria emiliana e autore dello studio – adottiamo un protocollo più stringente che prevede la necessità di ottenere consecutivamente due tamponi negativi per uscire dall’isolamento. Dai risultati dello studio emerge che circa la metà dei pazienti è ancora positiva a 30 giorni dal primo tampone”.

Per lo studio, gli epidemiologi hanno monitorato un gruppo di 4.538 residenti nella provincia di Reggio Emilia, positivi sintomatici, verificando che un secondo tampone dopo 2 o 3 settimane dal primo dava un esito nuovamente positivo nella maggioranza dei casi. Hanno poi constatato che tra coloro che erano negativi a un tampone eseguito nelle prime 3 settimane dalla diagnosi, c’era un elevato il rischio di un “falso negativo”, ovvero che il tampone indicasse erroneamente l’assenza di virus nel corpo (esito negativo del test smentito al tampone successivo ).

Infatti, dal campione posto in osservazione è emerso che il tasso di falsi negativi è relativamente alto (1 caso su 5) nella prima parte della convalescenza, ponendo quindi a un rischio possibile il soggetto che termina l’isolamento pur essendo ancora positivo. Rischio che, nel caso italiano, è estremamente ridotto dal momento che vengono chiesti due tamponi negativi consecutivi per il ritorno in comunità.

Ma negli altri paesi? Qui un falso negativo potrebbe favorire la trasmissione inconsapevole del virus.

Per ridurre il numero di falsi negativi e il numero di controlli necessari – concludono i ricercatori – si potrebbe iniziare a fare i controlli a 4 settimane dal primo tampone, insomma, posticipare un po’ il primo controllo nelle persone sintomatiche in isolamento potrebbe migliorare efficienza e sicurezza dei protocolli”.

Fonte: BMJ Open 

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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