Lo studio sul costoso insabbiamento della Cina: casi di coronavirus ridotti del 95% con un’azione immediata

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Se le autorità cinesi avessero agito una, due o tre settimane prima, il numero di casi di coronavirus avrebbe potuto ridursi rispettivamente del 66, dell’86 e del 95% e la sua diffusione geografica limitarsi di gran lunga. Un nuovo ulteriore studio sottolinea così l’importanza di un’azione precoce nel contenere un focolaio. Azione precoce, che, pare, non ci sia stata nemmeno in Cina a tempo debito.

È quanto emerge da un’indagine svolta nell’ambito del progetto WorldPop dell’Università di Southampton, strumento di mappatura della popolazione sviluppato per aiutare a informare l’Organizzazione mondiale della sanità e il CDC sulla potenziale diffusione di Covid-19.

La pandemia di coronavirus è un duro promemoria del fatto che, indipendentemente da chi siamo e da dove viviamo nel mondo, alcune minacce ci colpiscono allo stesso modo. E, forse, vedendo cosa stava accadendo in Cina, avremmo potuto farci trovare più preparati (senza nulla togliere a tutto il nostro personale sanitario).

Il nuovo studio, ora ancora in fase preliminare, parte da un presupposto: nelle fasi iniziali la Cina ha cercato di minimizzare il rischio e ha persino messo in discussione i medici che stavano diffondendo informazioni al riguardo (ricordiamo che ben otto dottori furono sottoposti a interrogatori della polizia e sostanzialmente messi a tacere).

Di volta in volta, poi, man mano che la malattia non rientrava, si è cominciato a prendere delle decisioni più drastiche.

Lo studio

Utilizzando la mappatura della popolazione per il progetto WorldPop, i ricercatori hanno eseguito modelli complessi per vedere come il movimento umano e l’insorgenza della malattia si sarebbero evoluti in diversi scenari. Hanno usato dati anonimi sia sugli spostamenti delle persone che sull’esordio della malattia. Ciò ha permesso loro di vedere come diversi cambiamenti avrebbero influenzato la situazione e in che modo variazioni nella tempistica e nella natura degli interventi avrebbero influenzato la velocità e la trasmissione della malattia.

I risultati sono sorprendenti. L’implementazione rapida di interventi non farmaceutici (non-pharmaceutical interventions, NPI, tra cui proprio l’isolamento) è estremamente efficace nel prevenire la diffusione geografica del virus.

Se gli interventi non farmaceutici fossero stati applicati 3 settimane prima, la diffusione avrebbe potuto essere limitata del 95%. Di contro, ritardare ulteriormente le misure di contenimento sarebbe stato devastante. Un ulteriore ritardo di 1, 2 o 3 settimane avrebbe comportato un aumento rispettivamente di 3, 7 o 18 volte.

Risultati questi molto importanti, dal momento che molte parti del mondo ora si trovano in una situazione simile alla Cina.

Il nostro studio dimostra quanto sia importante per i paesi che stanno affrontando un focolaio imminente pianificare in modo proattivo una risposta coordinata che affronti rapidamente la diffusione della malattia su una serie di fronti”, afferma a ZME Science il direttore del gruppo WorldPop, il professor Andrew Tatem.

Tutto ciò a dimostrazione di una sola cosa, precisano gli studiosi: passeranno mesi prima che vengano rilasciati trattamenti o vaccini efficaci, per questo le misure di contenimento ora sono cruciali. Tra queste, il distanziamento sociale assoluto, che dovrebbe continuare anche per diversi mesi.

Fonti: WorldPop Project / Zme Science / MedRxiv

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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