Il Covid-19 ci sta facendo dimenticare che in Italia i batteri sono sempre più resistenti agli antibiotici

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In Italia, solo nel 2019, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici sono state ancora troppo elevate e talvolta anche in aumento. Rimane, insomma, il problema dell’antibiotico-resistenza, tanto annoso quanto drammatico, perché in tantissimi casi gli antibiotici che utilizziamo non sortiscono più l’effetto sperato.

È l’allarme lanciato dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) che, per la Giornata e la Settimana europea di consapevolezza sugli antibiotici che si celebra dal 18 al 24 novembre, ha snocciolato dati preoccupanti: per gli 8 patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species) la resistenza si mantiene elevata e in alcuni casi è anche in aumento rispetto agli anni precedenti.

Secondo i dati del rapporto CPE (sorveglianza nazionale delle batteriemie da enterobatteri produttori di carbapenemasi), coordinato dall’ISS, sono più di 2.400 in Italia i casi diagnosticati e segnalati di batteriemie causate da enterobatteri resistenti agli antibiotici carbapenemi (CPE).

Quanto alla diffusione del problema, l’Italia è tra i Paesi europei con i maggiori consumi (sebbene da alcuni anni il trend sia decrescente) e con i tassi più elevati di resistenza e multi-resistenza (resistenza di un batterio ad almeno quattro antibiotici di classi diverse).

Nello specifico, dal rapporto emerge che è soprattutto l’Italia centrale insieme con le regioni del Sud l’area con maggiore incidenza di casi segnalati mostrando un incremento del tasso di incidenza rispetto al 2018. Le persone maggiormente affette da infezioni da CPE sono maschi, tra 60 e 79 anni di età, ospedalizzati e ricoverati nei reparti di terapia intensiva.

Il consumo medio di antibiotici nell’Unione europea, come evidenziato dal report, è pari a 19,4 dosi ogni 1000 abitanti al giorno, con un minimo che va dalle 9,5 dosi dell’Olanda a un massimo delle 34,1 della Grecia. A livello generale, sia in ospedale che in comunità, non sono stati osservati picchi significativi nell’uso, a parte l’aumento tra il 2010 e 2019 della polimixina in ospedale.

L’Ecdc, infine, registra un calo del consumo di antibiotici tra il 2010 e 2019 in 12 paesi, tra cui l’Italia (passata da 24,7 dosi del 2010 a 21,7 del 2019), insieme ad Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Norvegia, Slovenia, Spagna e Svezia, mentre è aumentato in 6 paesi (Bulgaria, Grecia, Islanda, Irlanda, Lettonia e Polonia).

Fonti: ISS / Rapporto CPE

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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