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Gli allevamenti intensivi di pollo stanno “nutrendo” la prossima pandemia, eppure si continua a ignorare il pericolo

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Gli allevamenti intensivi di polli sono una bomba ad orologeria pronta a esplodere. I casi di influenza aviaria sono in crescita sul territorio europeo, ma si continua a sottovalutare i rischi (mettendo a rischio la nostra salute)

Mentre siamo ancora alla prese con il Covid-19, il rischio di una nuova pandemia è dietro l’angolo e diversi esperti hanno messo in guardia sul fatto che potrebbe avere origine dagli allevamenti intensivi, in particolare quelli di polli. Ogni anno nel mondo vengono macellati a scopo alimentare circa 50 miliardi di polli, di cui circa il 70% allevati in modo intensivo.

E proprio questi luoghi si trasformano con grande facilità in serbatoi di malattie. Risale a qualche mese fa la notizia di un caso umano di influenza aviaria (ceppo H10N3) registrato in Cina. Mentre la scorso dicembre in Russia, in un gigantesco allevamento avicolo ad Astrakhan, si è verificata un’epidemia di aviaria (ceppo H5N8), che ha portato alla morte di circa 100mila polli, mentre altri 900mila sono stati abbattuti per prevenire la diffusione della malattia. In Russia, circa 7 lavoratori entrati a contatto con il virus si sono ammalati, anche se per fortuna sono riusciti a guarire facilmente.  

Eppure, quelli registrati in Cina e in Russia non sono affatto dei casi isolati. Intorno alla fine dello scorso anno l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) aveva messo in guardia sulla probabile diffusione dell’influenza aviaria sul territorio europeo, anche in Paesi non interessati da focolai. In una nota, spiega che negli ultimi tempi il virus è in espansione su tutto il continente. 

“La situazione epidemiologica dell’influenza aviaria in Europa è in rapida evoluzione, con crescente aumento del numero di focolai confermati da virus HPAI, sottotipo H5, in volatili selvatici e nel pollame domestico in Germania, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito, Irlanda, Danimarca, Svezia, Francia, Polonia, Croazia e Slovenia” si legge nel comunicato dell’EFSA, risalente alla fine dello scorso anno. 

Leggi anche: Gli allevamenti intensivi hanno causato la maggior parte delle malattie infettive. “Rischiamo altre pandemie”, avvertono gli esperti

Il rischio di una pandemia globale è dietro l’angolo 

Soltanto nell’ottobre del 2020 sonno segnalati oltre 300 casi in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. La maggior parte dei casi sono stati rinvenuti in uccelli selvatici, anche se ci sono stati alcuni focolai occasionali nel pollame. 

A preoccupare gli esperti è la possibilità che il virus possa mutare in una forma altamente infettiva per l’uomo e che si possa diffondere con facilità da persona a persona. E, come avverte anche l’ISS, questa mutazione potrebbe segnare l’inizio di una epidemia globale (pandemia).

Si conoscono almeno quindici sottotipi di virus influenzali che infettano gli uccelli, anche se tutte le epidemie di influenza altamente patogenica sono state causate da virus di tipo A dei sottotipi H5 e H7. – spiega l’Istituto Superiore di Sanità –I virus del sottotipo H9 sono solitamente a bassa patogenicità. A seconda del tipo di proteina combinata con il virus (da N1 a N9), il virus acquisisce una denominazione diversa (H5N1, H7N2 ecc). Tutti i virus influenzali di tipo A sono noti per l’instabilità genetica, in quanto sono soggetti a numerose mutazioni durante la replicazione del Dna e sono privi di meccanismi di correzione. Il fenomeno, definito di “deriva genetica”, genera cambiamenti nella composizione antigenica di questi virus.

Insomma, il rischio di una pandemia mondiale non è fantascienza. E com’è noto alle cronache, tra il 2016 e il 2017 circa 300 persone sono decedute dopo aver contratto il ceppo H7N9.

Dato che il virus H5N1 è ora stabilmente endemico in ampie regioni asiatiche, il rischio che si verifichino più casi umani c’è.  – chiarisce l’ISS – Ogni caso umano in più darà al virus l’opportunità di migliorare la propria capacità di trasmettersi tra gli esseri umani, e quindi di diventare un virus pandemico. La recente diffusione del virus ai polli e agli uccelli selvatici in altri Paesi aumenta la probabilità di casi umani. Anche se non siamo in grado di prevedere né quando ci sarà la prossima pandemia né quanto sarà grave, la probabilità che si verifichi è aumentata.

Eliminare gli allevamenti intensivi per scongiurare un’altra pandemia

Nella maggior parte dei casi le malattie zoonotiche sono accomunate dallo sfruttamento degli animali in nome del profitto. In particolare gli allevamenti avicoli, dove specie come polli e tacchini sono vivono ammassati in gabbie, sono da tempo considerati tra i più potenzialmente pericolosi, dei veri e propri incubatori di malattie. 

Virus come quello dell’aviaria si sviluppano in animali selvatici, ma poi fanno il salto di specie solitamente attraverso un ospite intermedio (in molti casi animali di allevamento, come appunto i polli).

Le ricerche scientifiche condotte dall’EFSA  indicano che poco meno della di metà di tutte le malattie infettive dell’uomo ha origine zoonotica, ovvero vengono trasmesse da animali. Circa il 75% delle nuove malattie che hanno colpito l’uomo negli ultimi 10 anni (ad esempio la malattia del Nilo occidentale) è stato trasmesso da animali o da prodotti di origine animale.

L’unico modo per tutelare la nostra salute (oltre che il benessere animali) è dire basta agli allevamenti intensivi una volta per tutte.

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Fonti: EFSA/ISS/Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie

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L'articolo riprende studi pubblicati e raccomandazioni di istituzioni internazionali e/o di esperti. Non avanziamo pretese in ambito medico-scientifico e riportiamo i fatti così come sono. Le fonti sono indicate alla fine di ogni articolo
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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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