Funghi allucinogeni, la terapia "svolta" per la depressione secondo la FDA

funghi allucinogeni

La Food and Drug Administration statunitense ha appena designato come “terapia rivoluzionaria” il trattamento che utilizza funghi psichedelici per la depressione nelle forme più gravi

Breakthrough therapy” (letteralmente “terapia della svolta”) per dirla con gli americani: ossia quella particolare designazione di “terapia rivoluzionaria” che arriva direttamente dalla Fda e riguardante i funghi allucinogeni come terapia per la depressione resistente ai trattamenti più comuni.

L’ente governativo americano che regola i farmaci e gli alimenti ha infatti designato un composto psicoattivo presente proprio nei funghi come percorso curativo che può offrire maggiori benefici rispetto a quelli più frequenti nella cura della depressione.

La sostanza in questione è la psilocibina, già balzata agli onori delle cronache un anno fa grazie a uno studio inglese. Fu allora, infatti, che i ricercatori dimostrarono che i benefici dell’uso della psilocibina in pazienti con depressione resistente (ben 100 milioni di persone al mondo hanno una forma resistente di depressione che non risponde ai trattamenti disponibili) duravano fino a 5 settimane dopo. Quello stesso composto, inoltre, era in grado di cambiare l’attivazione delle aree del cervello associate alla depressione, vista tramite risonanza magnetica funzionale.

In questo caso, la designazione Fda arriva in seguito ai primi risultati che emergono da uno studio clinico ancora in corso di fase 2 – stadio intermedio della sperimentazione clinica che in genere coinvolge decine di pazienti. Questa ricerca sta valutando qual possa essere la dose ottimale del farmaco nei pazienti con depressione resistente.

Nel caso in cui questa terapia superi la fase 3, ultima, della sperimentazione clinica, la Fda deve raccomandare un cambiamento della categoria restrittiva in cui è registrata, proprio perché è stata appena designata come breakthrough therapy. L’attuale categoria, infatti, include tutti i farmaci i cui benefici livello medico non sono noti e che possono provocare una forte dipendenza, mentre ad esempio un gruppo di ricerca guidato dalla Johns Hopkins University School of Medicine suggerisce in uno studio su Neuropharmacology che questa terapia possa passare ad una categoria diversa in cui si trovano anche i sonniferi, ma ovviamente con un controllo molto più stretto.

Questo controllo, proseguono i ricercatori, prevedrebbe che la terapia sia strettamente gestita e coordinata dal medico. I ricercatori della Johns Hopkins sottolineano infatti che questo composto non è senza rischi.

In questo modo, se la psilocibina confermerà i suoi effetti positivi e soprattutto la sua efficacia superiore nei casi di depressione resistente, tra qualche anno i pazienti più gravi potranno averla a disposizione.

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Germana Carillo

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