App medici

Alzi la mano chi, al primo segnale di un malessere, non abbia cercato su Google la causa dei suoi mali o non si sia scaricato sullo smartphone l’ultima app pronta a fargli una specie di chek-in virtuale. Ma tutto ciò lascia il tempo che trova e rimane un’unica grande verità: sempre meglio andare da uno specialista (in carne ed ossa).

Vero, le applicazioni le scarichiamo perché la tecnologia ce lo consente, perché ci annoiamo di andare dal dottore, per il tempo e per il denaro. Ma, in fondo in fondo, sappiamo bene che questo non basta e che, anzi, spesso potrebbe anche danneggiarci.

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Insomma, la diagnosi digitale non sarà mai precisa come quella di un dottore e la conferma arriva da uno studio della Harvard Medical School, in collaborazione con il Brigham & Women’s Hospital in Boston e lo Human Diagnosis Project, pubblicato sulla rivista JAMA Internal Medicine.

LO STUDIO – I ricercatori hanno chiesto a 234 medici (tra pediatri, medici di famiglia e internisti) di dare un parere su 45 ipotetici casi clinici, di ognuno dei quali era descritta la storia clinica ma non i risultati di visite, degli esami del sangue o di altri esami da laboratorio. Ebbene, i medici hanno azzeccato la diagnosi alla prima nel 72% dei casi.

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Già in una indagine precedente, 770 casi clinici erano stati sottoposti all’esame di 23 applicazioni mediche: qui le diagnosi "buone alla prima" erano state pari solo al 34%.
I “veri” dottori, quindi, e lo si sperava, sono migliori di qualsiasi algoritmo stia alla base di un’app, soprattutto nei casi di malattie più rare. Mentre con le patologie più comuni il rapporto di diagnosi azzeccate era di 70% contro 38%. Quanto a malattie non acute, i camici bianchi hanno battuto le applicazioni del 65% contro il 41%, ma con l’aumentare della gravità si allungava anche la disanza tra uomini e software: 79% a 24%.

Insomma, grazie ad uno smartphone e alla curiosità che abbiamo di smanettare con diverse app, possiamo renderci conto della presenza di una patologia, ma poi è sempre e soltanto a un medico che dobbiamo fare affidamento.

Germana Carillo

 

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