Forse non hai la sindrome della capanna, semplicemente non ti va di tornare alla vita frenetica di prima

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Ultimamente si sente parlare spesso della cosiddetta “sindrome della capanna” o “del prigioniero“, che avrebbe colpito moltissime persone nella fase due della pandemia. A caratterizzarla sono senso di demotivazione, malinconia, ansia, affaticamento, o semplicemente voglia di rinchiudersi in casa e di non uscire.

Questa sindrome viene interpretata come la paura di abbandonare la certezza di un luogo sicuro per l’incertezza di un mondo insicuro o come una vera e propria reazione fobica al virus, determinata appunto dall’evento traumatico ma destinata a scomparire pian piano. Sicuramente si tratta di una spiegazione valida per una fetta di persone, come sottolineano vari terapisti, ma siamo certi che valga per tutti?

Prima del coronavirus ci lamentavamo continuamente delle nostre vite troppo frenetiche, di quanto fosse difficile conciliare famiglia, lavoro, hobby e amicizie per mancanza di tempo, poi improvvisamente ci siamo ritrovati fermi, con tutto il tempo che ci era sempre mancato a completa disposizione. E in quei giorni, anche se inizialmente provavamo nostalgia per i bei tempi di prima, abbiamo riscoperto la lentezza.

Molte persone hanno dedicato più tempo ai propri figli, al proprio partner, alla casa, c’è anche chi ha finalmente potuto dedicarsi a un hobby dimenticato e chi ha iniziato, moltissimi, a coltivare un giardino. Tutte cose che prima venivano continuamente rimandate.

E quando finalmente i contagi sono calati e si è parlato di ritorno alla normalità, tanto agognato da mesi, ecco che molte persone si sono accorte che in fondo non era poi così male quella vita rallentata e hanno iniziato a sentirne nostalgia, provando ansia all’idea di ricominciare. Consapevoli che la frenesia li avrebbe nuovamente risucchiati costringendoli a rinunciare a se stessi e a una vita diversa.

Che non sia proprio questa nuova consapevolezza, e non la sindrome della capanna, a far sentire molte persone a disagio? Le nostre vite frenetiche, ansiose, stressate, iper-produttive sono davvero quello che desideriamo?

Forse la chiusura forzata, costringendoci a stare fermi, ha risvegliato in tanti di noi la voglia di una vita più a misura d’uomo, desiderio a cui avevamo rinunciato per rassegnazione, risucchiati da meccanismi iper-produttivi che non ci lasciavano nemmeno il tempo di pensare.

E se fosse così, da cosa dovremmo mai guarire? Dall’aver scoperto che non ci piace quel tipo di normalità? Senz’altro no, questa consapevolezza è importantissima e può stimolarci ad andare in una nuova direzione.

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Laureata in Scienze dei Beni Culturali, redattrice web dal 2008 e illustratrice dal 2018, ha pubblicato per Giochidimagia Editore "Il sogno attraverso il tempo". Con SpiceLapis ha realizzato "Memento Mori, guida illustrata ai cimiteri più bizzarri del mondo".
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