Reinventare la psicologia, adesso: la terza ondata sarà “mentale”

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Isolamento e solitudine, malattie e lutti. Questo 2020 nefasto ha portato con sé una scia di condizioni tutte al negativo che, per chi era già sofferente, causeranno a loro volta disagi psichici ancora più a lungo termine. Una bomba ad orologeria destinata a scoppiare da un momento all’altro e che per questo chiede sin da ora l’attenzione che merita. Ma i mezzi li abbiamo?

Non proprio. Quel che è vero è che la salute mentale adesso sta affrontando le enormi sfide poste dalla stessa pandemia ma con scarse o scarsissime risorse e che, sostengono gli esperti, la domanda di interventi psicosociali aumenterà notevolmente nei prossimi mesi e anni.

Al di là delle cure primarie o delle pressioni ospedaliere, l’emergenza sanitaria ha portato alla luce anche servizi di salute mentale che, se qui in Italia erano già traballanti prima del coronavirus, oggi sembrano del tutto insufficienti di fronte a problemi di medio e lungo termine.

Di fatto, il virus Sars-CoV2 ha innescato un pericoloso meccanismo che, se da un lato ha portato a condizioni di vita più difficili per le persone con disabilità psichiche, dall’altro ha compromesso quasi definitivamente l’erogazione dei servizi di salute mentale.

Un problema comune a tantissimi Paesi, tanto che l’Organizzazione mondiale della sanità ha rilevato che la pandemia ha interrotto i servizi di salute mentale nella quasi totalità (93%) dei Paesi nel mondo. Mentre il bisogno di assistenza è aumentato.

Sta arrivando un’ondata di disturbi mentali – annuncia solenne su El Pais Celso Arango, uno psichiatra spagnolo. La pandemia aprirà un divario ancora maggiore tra le popolazioni a rischio e il resto, e i programmi di salute mentale devono reinventarsi in modo che questa popolazione non venga lasciata indietro”.

La terza ondata

Ciò che l’OMS chiama la terza ondata sta in realtà già arrivando e sono le conseguenze dei problemi economici sulla salute mentale. Sulla base di una ricerca condotta in 130 nazioni tra giugno e agosto 2020, oltre il 60% dei Paesi ha registrato un’interruzione dei servizi di igiene mentale per le persone vulnerabili, come i bambini e gli adolescenti, ma anche anziani e neomamme.

Quasi la metà ha interrotto i trattamenti per le dipendenze da oppioidi, in un terzo dei Paesi sono sospesi i servizi di emergenza e nel 30% è compromesso l’accesso ai farmaci. Il sostegno a scuola e sul luogo di lavoro, poi, è risultato almeno parzialmente interrotto nei tre quarti dei casi e nelle nazioni dove maggiori sono le risorse si è fatto ricorso alla telemedicina, assistendo a distanza i pazienti quando possibile.

Ma come siamo messi in Italia?

L’investimento nei servizi e in programmi di salute mentale a livello nazionale hanno sofferto per anni di finanziamenti col contagocce, tanto che la spesa media dedicata non raggiunge il 2% del budget sanitario. Va da sé, dunque, che le necessità dei cittadini con problemi psichiatrici (circa 837mila di italiani) restano il più delle volte senza una risposta concreta.

Ma in questo momento di seria emergenza, chi pensa agli operatori sanitari, agli studenti, ai familiari dei pazienti con Covid-19, alle persone affette da disturbi mentali e a coloro che vivono in condizioni socio-economiche svantaggiate?

Secondo quanto si legge sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia, il Centro di Riferimento per le Scienze Comportamentali e la Salute mentale è stato attivo sin dalle prime fasi della pandemia sia attraverso la partecipazione e la conduzione di studi, sia attraverso indagini valutative dello stato dei servizi disponibili per la popolazione.

Lo stesso Centro ha partecipato a uno studio coordinato dal Dipartimento di Salute Mentale dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” allo scopo di valutare su un campione di 20.720 partecipanti le aree del funzionamento psicosociale, tra cui la presenza di sintomi dello spettro ansioso-depressivo, ossessivo-compulsivo e post-traumatico da stress.

I risultati evidenziano che durante il lockdown sono aumentati i livelli di:

  • ansia
  • depressione
  • sintomi legati allo stress, soprattutto nei soggetti di sesso femminile

La promozione della salute mentale

Per quanto riguarda i servizi, nell’ambito del Gruppo di Lavoro “Salute mentale ed emergenza Covid-19”, istituito con decreto del Presidente dell’ISS ad aprile 2020, si è promosso un programma di intervento per gestire l’impatto dell’epidemia sulla salute mentale e un Programma di intervento per la gestione dell’ansia e della depressione perinatale nell’emergenza e post-emergenza Covid-19. Entrambi i programmi erano mirati a garantire la presa in carico delle persone con disturbi psichiatrici o a elevato rischio di disturbi d’ansia e depressione.

In particolare, per quanto riguarda il programma di salute mentale perinatale, (che comprende uno screening e un intervento precoce di dimostrata efficacia) si è proposto di adattarlo per agevolarne l’integrazione, nell’attuale situazione di emergenza, nell’ambito dei diversi programmi di intervento a livello regionale. Il Centro, inoltre, ha fornito indicazioni per la gestione dei bisogni dei familiari di pazienti ricoverati in reparti ospedalieri Covid-19”, si legge.

Va bene, ma nei fatti? Siamo ancora ben lontani da un reale concreto sostegno a chi deve fare i conti con un mostro chiamato disturbo psichico.

Fonti: El Pais / WHO / ISS

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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