5 strategie per affrontare la fine di una relazione

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D’amore non si muore neppure se l’amore è grande come il mio per te; col tempo spariranno i segni che ha lasciato il nostro amore su di me ”: così cantava, una cinquantina di anni fa, Renata Pacini.

Gli anni non hanno cambiato le cose: la fine di ogni relazione richiede sempre un certo periodo per elaborare quanto è avvenuto. La novità è che oggi sappiamo anche, esattamente, quanto è lungo: uno studio pubblicato sul Journal of Positive Psychology ha dimostrato che, in media, servono 11 settimane. Quasi tre mesi. Più tempo è necessario se quello che si è chiuso era un matrimonio: fino a 18 mesi. Ed è ovviamente una media perché ogni storia è a sé, smuove emozioni e memorie differenti.

Il dolore non esclude le emozioni positive

Certo, una rottura è dolorosa, non c’è dubbio ma può diventare una inaspettata occasione di crescita, di consapevolezza. Il 71% dei partecipanti allo studio ha infatti affermato che quel periodo è stato importante per imparare delle cose su se stessi, per crescere come per persona, per diventare più orientati all’obiettivo. E questo indipendentemente dal fatto che avessero “subito” o “scelto” la fine della loro storia d’amore. Quindi, sintesi finale dello studio: anche nel dolore si può crescere e provare emozioni positive. In altri termini, come recita un vecchio adagio nostrano, quel che non ti strozza ti ingrassa. Lo sforzo è cambiare lo sguardo, modificare la prospettiva.

Vittima o protagonista?

Il nutrimento straordinario arriva proprio dall’essere stati gettati al di fuori della nostra più o meno placida, in ogni caso nota (e perciò in qualche modo rassicurante) zona di comfort relazionale. In fondo le strade sono due: quella della vittima (che piange, si dispera, attribuisce le colpe all’altro e ristagna in un mare di dolore senza fine che lo incupisce o, al contrario, finge di fregarsene, ostenta indifferenza, si butta a capofitto in relazioni mordi e fuggi, svuotanti, o in storie che non gli facciano sentire il suo vuoto) o quella del protagonista della propria vita, che accoglie le sfide e le fa diventare, seppure anche con fatica, una vera occasione di crescita e trasformazione.

Chi si orienta verso questa seconda opzione – è sempre una scelta personale, quella di andare attraverso e oltre il dolore – può avvantaggiarsi adottando qualche “trucco e strategia” per “maneggiare” in ottica positiva e propositiva la situazione. Eccone alcune che, come psicologa e love coach, posso suggerire.

Strategie per affrontare la fine di una relazione

Concedersi il tempo del dolore e del vuoto

È importante dare spazio, onorare i sentimenti, i vissuti che si provano. Nostalgia, dolore, senso di vuoto, amarezza, magari rabbia e frustrazione, senso di tradimento o di fallimento possono comparire: ascoltarli è il nostro compito. Ascoltarli non vuol dire assecondarli, lasciarsi travolgere ma vederli, entrare in un rapporto dinamico e attivo, costruttivo, rispettoso. C’è un tempo per il dolore, per le lacrime. Anche per un eventuale disorientamento, magari, rispetto a routine, spazi e abitudini perse, vuoti che rimbombano. Memorie che si riaffacciano e trovano doloranti. Onorare il dolore, darsi il tempo di elaborare l’accettazione e il lutto della perdita con la consapevolezza, però, che non è tutto. Che nella vita, così come nel respiro, insieme ci stanno pieno e vuoto, alto e basso, inspiro ed espiro. E quindi c’è spazio, comunque e in ogni caso, anche per il piacere, la bellezza di tutto il resto della vita: anche quello va onorato.

A volte è un gioco di bilanciamenti, a volte richiede un piccolo o grande sforzo. Ma è quello che ci farà fare il salto, interiore, di qualità.

Metabolizzare l’insegnamento

Che si sia scelto o subito lo stop, la rottura della relazione affettiva, è importante ad un certo punto – quando il dolore e la fatica cominciano ad essere meno ridondanti – fare tesoro dell’esperienza avuta. Ogni storia è una co-costruzione; ognuno dei due partner ha contribuito, più o meno consapevolmente, al finale: comprendere le dinamiche, il proprio ruolo, i propri sentimenti, le aspettative che sono entrate in gioco permette di imparare molto di sé stessi e di come ci muoviamo nelle relazioni importanti. Di vedere cosa non ha funzionato, nella relazione, e in che modo abbiamo partecipato. Senza sensi di colpa, con uno sguardo accogliente e positivo: nulla succede per caso ma tutto può, se lo portiamo alla coscienza, diventare mattone fondante di una parte più autentica e vera di noi stessi e fare la differenza nella storia d’amore che verrà.

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Dedicare del tempo a se stessi e agli altri

È un buon momento per fare quello che non si è magari riusciti a fare prima: perché stare insieme a qualcuno è bello, vero, ma indubbiamente il tempo da dedicare alla relazione, all’altro, alle cose fatte insieme, potrebbe aver fatto mettere in secondo piano qualche interesse o passione. Da single, c’è più tempo libero: si può approfittare di questo vantaggio.

Ed inoltre c’è più tempo per pensare anche agli altri, in termini più generali: seminare azioni buone intorno a noi, dopo averle pensate (naturalmente va bene anche tutto quello che nasce spontaneo, sul momento, nell’occasione). Quindi via libera, volontariamente e per scelta, ad un impegno chiaro, anche piccolo magari ma presente, nel sociale, con i vicini, sul territorio, nelle associazioni, con gli animali. Qualunque cosa sia, per il bene di tutti. Il bello è che riempirà d’amore, di positività e forza anche noi stessi.

Scrivere un diario

Lo dice la scienza: scrivere aiuta ad elaborare i traumi, il lutto. Consente di regolare i pensieri, di dargli una forma e collocarli in uno spazio; alleggerisce le tensioni, riordina le emozioni. Anche se il flusso inizialmente può essere confuso, arruffato, come le emozioni e i sentimenti che si provano, man mano lo scrivere (soprattutto a mano, con penna e carta) aiuta a sentirsi e raccontarsi in modo diverso.

E se invece che con un diario l’appuntamento giornaliero con un foglio di carta, quel foglio – dopo essere stato scritto, riempito di pensieri – potrebbe essere anche bruciato (in sicurezza, dentro una pentola alta di alluminio), con la consapevolezza della forza trasformante del fuoco e della restituzione, serena, al Cielo.

Se serve, chiedere aiuto

La comunità, la rete di amicizie, gli affetti più importanti sono una risorsa importante anche per parlare della nostra storia, confrontarci per avere una visione più ampia e relativizzante (un’avvertenza: è bene avere chiari quali sono i limiti di questa nostra disponibilità/necessità di dialogo; ad esempio possiamo aver voglia di parlare del nostro dolore ma non vogliamo dare spazio, sentire giudizi sull’altra persona o su quella che è stata la nostra storia); in alcuni casi può servire un aiuto più “strutturato”: per elaborare il dolore, per vedersi e vedere meglio quello che è successo, per uscire da un possibile senso di disistima se siamo stati lasciati o di fallimento, qualunque sia la nostra “posizione”; per tornare a guardare in ottica costruttiva e positiva la vita e le relazioni.

Quasi sempre è importante considerare di togliere di mezzo quanto ci ricorda, dolorosamente, il fu “amato bene”: amicizie social, le pantofole dimenticate nella scarpiera, lo spazzolino da denti e così via.

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