Il racconto buddista che ci insegna a non giudicare mai la vita e quello che ci accade

Le storie sono importanti perché ci aiutano a vivere e nel caso dei racconti buddisti, offrono insegnamenti davvero preziosi. Piccole e grandi perle di saggezza su qualunque argomento che fanno riflettere, che indicano la strada per essere in pace con se stessi, che suggeriscono come migliorare il proprio rapporto con gli altri, senza per questo pretendere di essere verità assolute.

Quella che abbiamo selezionato oggi è una storia buddista che parla del non giudizio e di come imparare a evitarlo per vivere meglio.

La storia del Vecchio Contadino

La storia racconta di un vecchio contadino che per anni aveva coltivato i suoi raccolti lavorando moltissimo.

Un giorno il suo cavallo fuggì e i vicini gli dissero che era stata proprio una sfortuna perderlo ma il contadino rispose “forse”.

Il cavallo, il giorno seguente, tornò insieme ad altri 3 cavalli. I vicini dissero che era una meraviglia ma il contadino rispose di nuovo “forse”.

Il giorno dopo il figlio del contadino provò a cavalcare uno dei nuovi cavalli ma si ruppe una gamba. I vicini gridarono alla sfortuna e l’agricoltore risposte ancora una volta “forse”.

Il giorno seguente dei soldati vennero ad assoldare giovani uomini nell’esercito ma il figlio del contadino non venne chiamato dato che aveva la gamba rotta. I vicini dichiararono che era stata una vera fortuna. Ma il contadino, come sempre, rispose “forse”.

Il significato della storia

Cosa significa questa storia? In quel “forse” si racchiude il segreto del non giudizio che rivela come niente sia come sembra e che ogni cosa è legata all’altra. Bene e male, quindi, sono interconnessi, due facce della stessa medaglia. Nulla è perfetto e tutto può cambiare da un momento all’altro, senza preavviso.

La storia dimostra che ogni evento comporta vantaggi e svantaggi, e che nulla è completamente positivo o negativo, dipende dai punti di vista. La vita è imprevedibile e per quanto questo suo aspetto misterioso ci destabilizzi, non ha senso cercare di ingabbiarla come tentiamo di fare con i nostri continui giudizi.

La felicità è comunque accessibile ma dovremmo imparare, per raggiungerla, a non giudicare troppo gli eventi e a lasciar correre, fluendo con il fluire della vita stessa, e praticando l’antica arte del non attaccamento, che non a caso è centrale sia nello Yoga che nel Buddismo e altre filosofie orientali.

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