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L’esperimento sociale di Robbers Cave ci rivela come nascono conflitti, pregiudizi e stereotipi

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Quando “noi” ci crediamo superiori a “loro”: un esperimento del 1954 rivela come si costruiscono l’identità sociale, il pregiudizio e l’ostilità tra gruppi

Esiste un interessante filone di studi psicosociali sull’interazione tra gruppi e sull’opposizione “Noi-Loro” come componente fondamentale della società. I principali autori di questo ambito di studi sono Henri Tajfel (1919-1982), Muzafer Sherif (1906-1988) e Rupert Brown (1950-), che, in estrema sintesi, hanno evidenziato come nelle relazioni intergruppi ogni persona tenda ad individuare tratti positivi nel proprio gruppo (in-group) e negativi nell’altro gruppo (out-group).

Come osservato da Tajfel (1981), mentre nel comportamento interpersonale l’interazione sociale dipende dagli individui, dalle caratteristiche personali e dalle relazioni interpersonali, nel comportamento intergruppi tale interazione è determinata dall’appartenenza ai gruppi e dalla loro reciproca interazione.   

Ne deriva che il comportamento interpersonale e il comportamento intergruppi rappresentano due distinte polarità, che tuttavia si possono idealmente collocare lungo uno stesso continuum teorico del comportamento sociale. 

Sharif e il Robbers Cave Experiment

Il comportamento intergruppi, che si fonda sull‘appartenenza a gruppi o categorie sociali da parte degli attori in interazione, può spesso sfociare in episodi di conflittualità e ostilità oppure in atteggiamenti di cooperazione.

Per lo psicologo turco-americano Muzafer Sherif, i fenomeni intergruppi non possono essere spiegati invocando esclusivamente problemi di personalità o frustrazioni individuali. Appare invece necessario considerare le proprietà dei gruppi e le conseguenze dell’appartenenza di gruppo sugli individui. Pertanto, l’interazione tra individuo e gruppo è il punto di partenza dell’analisi.

Dal 1949 al 1954 gli psicologi sociali e coniugi Muzafer e Carolyn Sherif hanno collaborato ad una ricerca sull’ostilità intergruppi, organizzando e dirigendo un campo estivo per adolescenti americani, non consapevoli di partecipare ad una ricerca sperimentale, per testare la teoria del conflitto realistico.

In particolare, nel 1954 Sherif ha condotto negli Stati Uniti un ormai classico esperimento, chiamato il Robbers Cave Experiment, in un campo estivo per ragazzi, per comprendere in quali condizioni si generi animosità o cooperazione fra i gruppi. Ha coinvolto 22 ragazzini di 11-12 anni, bianchi, protestanti e di classe media, studenti provenienti da diversi istituti di Oklahoma City, ospitati in un campo estivo dell’Oklahoma, il Robbers Cave State Park. 

Le tre fasi dell’esperimento

Inizialmente, nella prima fase (5-6 giorni), i ragazzi, denominati le Aquile e i Serpenti a sonagli, svolgevano esclusivamente attività (sportive) comuni, come il nuoto e l’escursionismo, ma Sherif e i suoi collaboratori, dopo una settimana, hanno deciso di dividerli, in maniera casuale, in due distinti gruppi. L’obiettivo della separazione era quello di osservare l’evoluzione delle abitudini e delle gerarchie all’interno del singolo gruppo. In effetti, ciascun gruppo si è cominciato a dotare di chiari simboli identificativi e di specifiche norme a cui attenersi nello svolgere una serie di attività.

Nella seconda fase dell’esperimento (4-5 giorni), quando i ricercatori hanno iniziato ad assegnare ai due gruppi dei compiti competitivi (ad es., gare sportive in cui il gruppo vincitore si sarebbe aggiudicato un premio), si è assistito al rapido deterioramento delle relazioni intergruppi, che non solo hanno alimentato il livello di ostilità tra i due schieramenti, ma hanno anche favorito la formazione di stereotipi negativi sull’altro gruppo.

La più forte solidarietà, coesione e compattezza all’interno di ciascun gruppo era tale che le tensioni e gli atteggiamenti aggressivi intergruppi non cessassero nemmeno al termine delle situazioni competitive. I contatti di un individuo del gruppo 1) con un altro individuo del gruppo 2) non bastavano quindi a risolvere i conflitti.

Al contrario, quando nella terza fase (6-7 giorni) — dopo il fallimento della strategia di tornare semplicemente a svolgere attività non competitive, tutti insieme (come assistere a fuochi d’artificio, ecc.) — veniva introdotto uno scopo sovraordinato e di innegabile beneficio per entrambi i gruppi, l’ostilità, la tensione e la violenza strisciante tra i due gruppi sembravano placarsi.

I rapporti amichevoli e pacifici della fase iniziale dell’esperimento si raggiunsero solo dopo la ripetuta condivisione di alcune situazioni che richiedevano necessariamente cooperazione, proprio perché un gruppo, da solo, non era in grado di risolvere un dato problema, legato alla difesa di un interesse materiale concreto (cibo, acqua), minato da un nemico esterno ai due gruppi; ad esempio, fu simulato un guasto al furgone che portava i pasti al campo e i membri dei due gruppi furono costretti a spingerlo insieme per garantirsi l’approvvigionamento di cibo.

Il rimedio agli antagonismi è agire per il bene comune

Sherif, a conclusione del suddetto esperimento, ha dimostrato che il conflitto di interessi, rappresentato da giochi competitivi dove le risorse da accaparrarsi sono scarse o limitate, sarebbe all’origine del conflitto intergruppi; quest’ultimo aprirebbe la strada all’odio, all’astio, all’aggressività, all’irrazionalità e ai comportamenti antisociali tra gruppi. Gli scopi competitivi conducono dunque al conflitto intergruppi, mentre gli scopi sovraordinati conducono ad una maggiore cooperazione fra i gruppi.

In molte circostanze, per aumentare l’orgoglio collettivo e rafforzare l’identità e la coesione sociali, serve quindi identificare un nemico esterno, un capro espiatorio che distragga dalle tensioni interne al gruppo o alla comunità di appartenenza.

Nella storia dell’umanità, le minoranze etniche, linguistiche e religiose (ebrei, musulmani, armeni, rom, neri, ecc.), gli immigrati e, più in generale, gli stranieri hanno ricoperto o ricoprono ancora, purtroppo, questo fittizio e strumentale ruolo di “nemico” da odiare, discriminare, disprezzare, emarginare e, nel peggiore dei casi, cancellare attraverso la conduzione sistematica di crimini di guerra e atti criminali di genocidio o etnocidio.

Fonti: SimplyPsychology/Youtube

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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