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C’è un nome per il senso di vuoto che stai provando: si chiama languore

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È un tentativo maldestro di risollevarci, sopraffatti come siamo ogni volta dalla realtà che, in questo momento, supera ogni fantasia. È un tentativo di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma nemmeno la prospettiva dei vaccini o di misure più o meno ragionevoli ci fa stare in piedi. Siamo in allerta, è vero, in bilico tra quello che possiamo fare e quello che “è meglio di no”, e intanto i giorni passano nel senso netto e opprimente di stagnazione e di vuoto.

Eccoli lì. La stagnazione e il vuoto. Che non sono depressione, perché in fondo speranza ne abbiamo. E non sono neanche burnout, l’energia in definitiva non ci manca. È piuttosto quella fatica pandemica che ci sta col fiato sul collo, o meglio ancora quel senso di languore, come lo definisce lo psicologo Adam Grant sul New York Times.

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Languishing, che in inglese rende pure meglio, è il senso vero di stagnazione e vuoto, appunto. È come se stessimo arrancando attraverso i nostri giorni, guardando la vita attraverso un parabrezza appannato. E potrebbe essere questa la sensazione che ci accompagnerà in tutto il 2021.

Languishingdice Grant – è il vuoto tra la depressione e la prosperità: l’assenza di benessere. Non hai sintomi di malattia mentale ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”.

Un concetto che si sposa esattamente con i dati reali: secondo l’ultimo “Rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia” di Censis e Federsicurezza cresce la quota di italiani “panofobici”, quelli cioè che hanno “paura di tutto”.

Sono oltre 6 milioni e sia in casa che fuori “vivono costantemente in stato di ansia”. Tra di loro prevalgono le donne: sono quasi 5 milioni, il 17,9% della popolazione femminile complessiva. Ma sono presenti anche tra i giovani: 1,7 milioni, pari al 16,3% degli under 35.

Il languore

Languishing è un termine coniato dal sociologo americano Corey Keyes, che si è soffermato sul fatto che ci sono molti casi di persone che non hanno sintomi di depressione, ma che in realtà non riescono comunque a “prosperare”. La sua ricerca suggerisce che coloro che hanno maggiori probabilità di soffrire di depressione maggiore e di disturbi d’ansia nel prossimo decennio sono quelle con i sintomi di languore oggi. Sono, cioè, le persone che stanno languendo in questo momento. E lo dimostrerebbero, si legge sul New York Times, gli operatori sanitari italiani che languivano nella primavera del 2020 e che oggi avrebbero tre volte più probabilità rispetto ai loro coetanei di veder diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico.

È pericolo? Diciamo di sì, ma nella misura in cui potremmo non notare l’attenuazione della gioia, potremmo scivolare lentamente nella solitudine ed essere indifferenti alla nostra stessa indifferenza. Quando non riusciamo a vedere la nostra sofferenza, non cerchiamo aiuto e non facciamo molto per aiutare noi stessi.

Di mezzo c’è la paura di agire ma anche di non agire. Scrive Grant: “In psicologia pensiamo alla salute mentale in uno spettro che va dalla depressione allo sviluppo. Fiorire è l’apice del benessere, la depressione è la valle del malessere”. 

Fiorire allora è la parola chiave. O ri-fiorire.

Ciò significa ritagliarsi del tempo ogni giorno per concentrarsi su una sfida che conta per noi: un progetto interessante, un obiettivo utile, una conversazione significativa. A volte è un piccolo passo per riscoprire un po’ dell’energia e dell’entusiasmo che abbiamo perso in tutti questi mesi.

Il languore non è solo nelle nostre teste, è nelle nostre circostanze. Mentre arranchiamo verso una nuova realtà post-pandemia, non possiamo non pensare alla nostra salute mentale e al nostro benessere. “Non depresso” non significa che non stiamo lottando. “Non esaurito” non significa che non siamo eccitati dalla vita. Riconoscendo che in qualche modo anche noi stiamo languendo, possiamo iniziare a dare voce alla quieta disperazione, eliminare la stagnazione e illuminare un sentiero fuori dal vuoto.

Fonti: NYT / Censis

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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