Ghosting: perché fa così male e come superarlo con 2 semplici strategie

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E poi ci sono quelli che, all’improvviso, spariscono. Sono uomini o donne, sembrerebbe con una chiara prevalenza dei primi, che preferiscono eclissarsi.

Che sia un’amicizia, una relazione agli inizi oppure già avviata, un contatto (di persona oppure on line) che aveva le premesse di andare avanti, ad un certo punto spariscono. All’improvviso. Stop a tutte le comunicazioni ovviamente senza alcuna spiegazione, motivazione, chiarimento. Irraggiungibili e basta. Ghost, fantasmi.

Se ci fosse una partita con i fantasmi, la palma della vittoria potrebbe essere assegnata proprio a loro: non a caso il fenomeno, in psicologia, è stato definito “ghosting” (da ghost che in inglese significa, appunto, “fantasma”).

Cattivi, cattivi, senza rispetto per gli altri? Beh, diciamocelo, certo gentile il comportamento non è e può dipendere da “millemila” motivi ma il “ghosting” – nel suo cuore profondo e caratteristico – è puro evitamento, paura del conflitto, timore di affrontare se stessi e gli altri in situazioni emotivamente complesse.

Può essere il o la supermanager “cazzuto/a” sul lavoro, il venditore spregiudicato o la commessa più brillante ma poi, nelle relazioni, nelle faccende che hanno a che fare con i sentimenti non ce la fa. E fugge, evita. Corre via. Scappa, sparisce.

Perché fa così male

Per chi lo subisce, il ghosting non è affatto divertente. Il distress (lo stress che fa male) raggiunge picchi significativi: non solo si chiude una “storia” (già di per sé evento stressante) ma questo succede senza aver alcuna possibilità di controllo e co-gestione. Così, pure in base all’importanza della relazione, può diventare una sorta di lutto difficile da elaborare perché non si è potuto vedere “il corpo del defunto”: manca un pezzo.

Cioè il chiarimento, il confronto, la motivazione: che per quanto difficili e dolorosi da vedere restano una base sicura, qualcosa che si è affrontato insieme. Un punto da cui poi ripartire. Quando manca, tutto il processo di elaborazione e costruzione di significato deve essere fatto da soli; restano i dubbi, le domande senza risposta che si arrotolano su se stesse, la frustrazione che cresce, l’incredulità e l’impotenza, la disistima di sè e quindi possono comparire la rabbia prima e magari dopo una fase depressiva; il dolore è più forte perché senza forma, senza riferimenti e può anche prendere la via del corpo e diventare disturbo, malattia. Può rimanere una generica sfiducia nell’“altro”.

Inoltre il rischio è – come è emerso in un sondaggio – di riproporre poi questa pessima modalità di chiusura con le proprie successive relazioni.

Provare a contattare il “ghost” (uomo o donna che sia) per chiedere un confronto, un chiarimento è legittimo: bisogna però già sapere che, molto probabilmente, la domanda cadrà nel vuoto. “Stalkerarlo” con richieste compulsive di spiegazioni o contatti produrrà quasi certamente l’effetto contrario (a meno di non rintracciarlo, di persona, in una situazione pubblica in cui non si possa sottrarre: ma vale la pena di una scenata?).

Pero, alla fine, per dirla come Carl Gustav Jung, “poco importa sapere dove l’altro sbaglia, perché lì non possiamo fare niente. Interessante sapere dove sbagliamo noi stessi. Perché lì si può fare qualcosa”. Nel caso di “ghosting” non si tratta necessariamente di individuare un “errore” ma piuttosto – in generale ma tanto più se si tratta di situazioni che si ripetono spesso nella nostra vita di relazione – di capire qual è il nostro “contributo” inconscio ai fatti. Uscire dalla condizione di “vittima” della storia per entrare nel ruolo di “protagonista” e “co-autore” della propria vita farà la differenza.

Come uscire dal tunnel

Dal punto di vista della psicologia, il nostro stile di attaccamento e le nostre credenze (consce e inconsce) definiscono il modo in cui interagiamo con gli altri, le cose che ci attirano e quelle che non ci piacciono: quindi in quello che attiriamo e siamo attirati c’è sempre una parte di noi e i nostri comportamenti sono guidati da questi aspetti inconsci che talvolta vanno in direzione opposta rispetto a quello che vogliamo consciamente (in altri termini: razionalmente posso credere di voler incontrare una persona affidabile con cui costruire una relazione seria, e penso di agire in tal senso, ma poi le cose che noto, le persone che mi piacciono, quello che agisco mi porta in un’altra direzione).

Da un punto di vista spirituale, nulla succede per caso: se incontriamo qualcuno o qualcosa è perché quell’esperienza ci è in qualche modo utile. Porta con sé un dono: si tratta quindi di focalizzarsi sull’individuare l’insegnamento; comprendere qual è la parte di noi che è stata toccata, messa a nudo perché possiamo prendercene cura, il talento che possiamo sviluppare e che quella storia, quella fine, hanno messo così in evidenza.

Bisogna lavorarci un po’ su. Con un po’ di pazienza: in genere la risposta non è immediata perché si tratta di elementi che spesso se ne stanno nel nostro subconscio e, a nostra insaputa danno la direzione alle scelte, ai gusti, alle nostre attenzioni e percezioni. Ma poi prende forma, tanto più quanto in questo percorso ci preoccupiamo di nutrire tutto, di noi: mente, anima, corpo e spirito.

A proposito: una volta che si è elaborata (da soli) la propria “posizione” e il proprio dolore nella fine della relazione, in alcuni casi (non sempre! quindi è bene non contarci troppo) sarà poi possibile – chiedendolo – ritrovare un contatto per un chiarimento e un confronto autentici.

Il punto di vista del ‘fantasma’…

È utile ricordare che la pratica del ghosting, se nell’immediato restituisce una libertà senza la fatica della spiegazione, non facilita la vita neppure del “fantasma”: anche lui, “porello”, soprattutto nel lungo periodo si troverà a dover gestire le conseguenze del suo evitamento.

Se gli andrà male, si ritroverà davanti quando meno se lo aspetta la persona “mollata”: quando succedesse sono da mettere in conto situazioni imbarazzanti al lavoro o in famiglia. Ed è ancora il meno, tutto sommato.

A livello psicologico, anche se probabilmente non ne è così consapevole, deve sostenere il costo etico di sapere di aver scelto una strada vigliacca per chiudere la relazione. Non è tutto; l’adozione di queste strategie di evitamento del conflitto producono due risultati negativi: la rinuncia a chiarire situazioni, pensieri, difficoltà che probabilmente sarebbero affrontabili e risolvibile con una buona e chiara reciproca comunicazione; in prospettiva, rinforzano l’ansia e il timore di ogni possibile situazione conflittuale che tocchi sul piano relazionale. Uscirne può diventare sempre più complesso.

L’alternativa: lavorare su di sé e in particolar modo per superare la paura del conflitto, per imparare a “stare” – sentendosi al “sicuro” – anche nelle situazioni di possibile personale disagio emotivo; nelle normali difficoltà e “aggiustamenti” reciproci di una relazione; di timore del confronto dialettico. Esponendosi, un po’ alla volta (cominciando dall’esprimere chiaramente le proprie opinioni anche nelle piccole situazioni di disaccordo), per imparare ad entrare in contatto, conoscere prima e poi gestire le emozioni e le sensazioni che si muovono.

2 strategie per superarlo

Per tutti (sia per chi è abituato o gli capita, di tanto in tanto di “sparire” dalla vita di qualcuno che per chi è avvezzo, tristemente, alle “sparizioni non segnalate” o ne ha almeno una che ancora deve essere “digerita”), due strategie pratiche per affrontare meglio la situazione:

  1. concedersi lunghe passeggiate nel verde, alternando passo veloce e lento (consentono di entrare in contatto profondo con la forza vitale della Natura, aumentano il livello di ormoni della felicità e del benessere, rilassano; permettono al pensiero di entrare in una dimensione senza tempo, aperta a tutte le possibilità)
  2. coltivare una pratica di presenza – nel qui ed ora – semplice e adatta a tutti, come la mindfulness psicosomatica.

Post scriptum: va da sé che, invece, andarsene velocemente, anche senza spiegazioni, da una relazione pericolosa o violenta è tutt’altra cosa. In questo caso chiudere è assolutamente cosa buona e giusta, senza se e senza ma.

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Laureata in Psicologia, love&life coach con orientamento spirituale-evolutivo, counselor in psichènergia, facilitatrice in deep democracy e con una formazione in naturopatia.
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