Emozioni negative: come imparare a gestirle e trasformarle in positività

emozioni negative
Le emozioni ci smuovono; il termine emozione deriva infatti dal latino emovere, ovvero muovere fuori, scuotere. Per questo sono preziosissime: diventano una sorta di mappa che – portandoci una sensazione piacevole o spiacevole da gestire – ci aiutano a comprendere quali azioni servono per realizzare i nostri obiettivi ed essere in armonia con noi stessi. Le emozioni positive confermano che siamo sulla strada giusta; le più “interessanti” sono però quelle negative: nascondono infatti un tesoro prezioso e possono essere trasformate.

La prima cosa importante da fare è riconoscerle, dare il giusto nome. Può sembrare banale ma per molti non lo è: serve infatti una capacità di “uscire” almeno un po’ dal turbinio vorticoso emotivo per andare a riconoscerne esattamente le caratteristiche.

Il passo successivo sarà l’accettazione: accogliere quell’emozione e averne maggior consapevolezza, vedere come si muove dentro di noi, in che zone del corpo la sentiamo, quali parti di noi emozionale sono state toccate, da quali aspetti esterni si è stati davvero sollecitati. Non è affatto necessario agire l’emozione. Spesso, anzi, può essere poco pochissimo costruttivo. Ma comprenderla è fondamentale.

Il terzo step, decisamente inusuale nella nostra cultura tradizionale, è ringraziare – almeno per un attimo – quell’emozione negativa: se si è presentata non è un caso (non dipende mai dalla situazione ma, grazie alla situazione, si è potuta presentare: rappresenta quindi un’informazione utile, anche se spesso scomoda).

A questo punto si potrà utilizzare concretamente l’emozione negativa, trasformandola. Secondo il buddismo ci sono tre modi per farlo. Il primo è nutrire l”antidoto”.

Il principio di base è che ogni emozione negativa segnala la mancanza del corrispondente positivo. Ad esempio, secondo Antony Robbins, la tristezza definisce una mancanza di felicità; la delusione fa riferimento ad un’assenza di flessibilità; la rabbia rivela una mancanza di amore e realizzazione. Ancora: la frustrazione nasce da una scarsa determinazione; l’orgoglio denuncia una mancanza di umiltà; l’avarizia indica assenza di generosità; l’invidia non consente di stare nella gioia. Quindi per contrastare un’emozione negativa, si può lavorare per rafforzare quella positiva.

La seconda strategia buddista è la “liberazione”. Il suggerimento è che possiamo guardare l’emozione negativa come se fosse qualcuno che viene a visitarci, ed avere per lei lo stesso sguardo che si ha con un bambino che fa i capricci: si possono anche capire le ragioni del bambino ma non ci si lascia coinvolgere, avendo una visione più ampia di cosa gli serve e della situazione, e non si dà peso. Questo, del “peso” è un aspetto non irrilevante: noi infatti possiamo rafforzare, sottolineare un’emozione negativa, dandole più attenzione. Al contrario possiamo respirarla e lasciarla andare sullo sfondo, riconoscerne la presenza ma non focalizzarci su di essa.

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La terza via è l’”utilizzazione”: se l’emozione ha un perché (e lo ha sempre), possiamo utilizzarlo. La rabbia, ad esempio, è una forza potente e può diventare energia costruttiva che sostiene nell’azione, dà determinazione e consente di superare ogni ostacolo. L’invidia, tradotta in modo costruttivo, mi spinge ad impegnarmi concretamente in quegli obiettivi che rappresentano la mia realizzazione personale autentica.

La verità è che la vita è una sorta di laboratorio alchemico: siamo chiamati, ogni giorno, a trasformare il nostro piombo in oro; a prendere le emozioni negative e farle diventare energia costruttiva e di conoscenza, di crescita.

Anna Maria Cebrelli

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