Emozioni figli

Spesso tendiamo a chiuderci tutto dentro di fronte ai nostri figli, ma gli esperti parlano invece di una “educazione emotiva”: tristezza, rabbia o delusioni vanno piuttosto condivisi anche con loro

Parlate, scherzate, ridete, ma piangete pure se è il caso. I bimbi devono conoscere il bianco e il nero, e non solo quelle sfumature di grigio di quando siamo arrabbiati con loro. Tutto ciò che mettiamo nel nostro capitolo “emozioni” deve far parte anche dei nostri piccoli, per farli crescere senza il timore di dover affrontare prima o poi il lato meno bello della vita. Poco saggio? Pare di no, in una famiglia sana ci sta anche la tristezza.

Secondo una ricerca della Washington State University e delle Università della California a Berkley e a San Francisco non si trarrebbe giovamento nel nascondere litigi, sconforto o stress, perché nella vita reale c’è anche quello. I ricercatori hanno infatti analizzato gli effetti della soppressione emotiva dei genitori sui comportamenti di socializzazione durante le interazioni genitore-figlio.

I genitori spesso cercano di nascondere le loro emozioni negative ai figli, sperando di proteggerli. Tuttavia, la soppressione è stata collegata a scarse interazioni sociali e viene vista come particolarmente dannosa nel contesto delle relazioni genitore-figlio perché potrebbe ostacolare la capacità dei genitori di sostenere la regolazione delle emozioni dei bambini.

Lo studio

Alle analisi sono state sottoposte 109 famiglie con figli tra i 7 e gli 11 anni. Sia gli adulti che i bambini sono stati collegati a sensori per misurare vari indicatori, come il battito cardiaco e i livelli di stress.

Ai bambini è stata data una serie di istruzioni con le immagini per costruire una casa Lego e hanno dovuto istruire verbalmente i loro genitori senza toccare i Lego stessi. Assistenti di ricerca qualificati hanno poi codificato l’umore positivo e negativo dei genitori e dei bambini, la reattività, il calore, la guida dei genitori e la qualità dell’interazione e hanno scoperto che la soppressione diminuiva l’umore, la reattività, il calore e la guida nei genitori, nonché l’umore, la reattività e il calore osservati nei bambini, e diminuiva la qualità dell'interazione complessiva. Inoltre, il sesso dei genitori ha avuto un ruolo significativo nel moderare questi effetti: i padri nella condizione di soppressione erano meno reattivi e calorosi dei padri di controllo; al contrario, i figli di madri che “sopprimevano le emozioni” apparivano meno caldi dei bambini delle madri in condizioni di controllo.

Presi insieme, questi risultati suggeriscono che il desiderio di nascondere i propri sentimenti ai propri figli può avere conseguenze negative indesiderate, ma può differire da padre a madre.

Tutto ciò vuol dire che quando siamo alle prese con della rabbia che non facciamo emergere, noi genitori siamo inconsciamente meno attenti, meno affettuosi e meno capaci di guidare i nostri figli e questo può riflettersi nel loro atteggiamento: i piccoli che vivono con mamme e papà che si mostrano stressati o arrabbiati, senza nascondere nulla, hanno uno stretto rapporto con loro.

Quando nell’aria c’è un motivo di contrasto e discussione che non viene esternato - spiega Sara Waters, ricercatrice che ha partecipato allo studio - i nostri figli percepiscono che è avvenuto qualcosa di negativo, ma il fatto che i genitori si comportino come se nulla fosse manda messaggi contrastanti e li confonde”.

Un meccanismo delicato, quindi, grazie al quale il nostro cucciolo sarebbe più facilitato a comprendere i nessi di causa-effetto tra gli eventi e gli stati emotivi degli adulti di riferimento. Ovvio, sottolineano gli esperti, è necessario "non trasformare la propria tristezza in disperazione inconsolabile", perché questo farebbe male al bambino che si sente poi troppo vulnerabile.

Quello che c’è da insegnare? Regolare le proprie emozioni, ascoltarle e risolvere i problemi. Non è roba da poco, anzi, ma condividere le proprie emozioni in modo funzionale alle capacità del proprio piccolo potrebbe fargli capire che anche i “supereroi” qualche volta sentono la fatica!

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