mangiare mindfulness

Tutto ci spinge a “mordere la vita”: il che significa, sostanzialmente, azzannarla, prenderla mentre sta passando, in velocità.

È un atto di potere e al tempo stesso di predazione per una soddisfazione, un gusto trionfante e tronfio di realizzazione e performance. Più o meno allo stesso modo, spesso, ci avviciniamo al cibo: lo mordiamo, più che masticarlo lentamente e gradualmente. Lo ingurgitiamo, più che assaporarlo in bocconi da deglutire.

Se ben impiattato, ne possiamo apprezzare per un secondo l'estetica; il profumo sollecita il desiderio, per poi tuffarci nella solita modalità di assunzione. Mangiamo forse per appetito (quasi mai per vera fame), per abitudine, per compensazione (di mancanze, di affetti, di tensioni, di insoddisfazioni; per soddisfare un piacere o annegare un dispiacere): un'attività funzionale, più o meno meccanica, di apporto di nutrienti. La visione Slow Food è relegata spesso al tempo libero, una coccola insomma per intenditori.

Quello che mettiamo nel piatto: è solo un oggetto, non un “soggetto” con cui entrare in relazione di per sè. Una volta invece lo si faceva: magari era solo un piccolo soffermarsi su quel contenuto, prima di cominciare a mangiare. Oppure diventava una preghiera, un ringraziamento.

Perché quel cibo – di cui si conosceva l'origine (arrivava dall'orto proprio o del vicino, dal mulino che raccoglieva i grandi del territorio, dal fiume poco distante) – non era dato per scontato; la sua storia era nota e portava il senso e il legame, intrinseco, con la Terra, il ciclo di trasformazione e la vita. Quello che c'era nel piatto aveva un valore profondo oltre che una qualità nutritiva, energetica, differente.

Nulla però ci vieta di tornare alle buone, vecchie ma - più che altro - soprattutto sane (per il corpo, per il cuore e per l'anima) abitudini. Oppure, per dirla in modo moderno, possiamo scegliere di “mangiare mindfulness”. Senza fretta, prendendosi il giusto tempo, nella presenza consapevole del qui ed ora: si tratta di “stare”, interamente, con quello che c'è nel piatto. Qualsiasi cosa.

E vedere, osservare, sentire, pensare, semplicemente ascoltando, notando quello che emerge dentro di sè, in questa prima fase. E ringraziare, onorare quello che si è fatto dono per noi. E poi, di nuovo, sentire, pensare, annusare, ascoltare, notare, gustare, sostare nella sensazione mentre l'alimento arriva in bocca, e poi viene masticato e poi, ancora, nell'ascolto della sensazione che produce mentre scivola giù, verso la seconda e più profonda digestione. Quello che sta diventando nutrimento per noi.

cibo mente

Chi non sapesse bene come cominciare, può approfittare di “Mindful Eating”: appena uscito per i tipi di Enrico Damiani Editore, è un libro che invita a riscoprire una “sana e gioiosa relazione con il cibo” (da segnalare: un capitolo intero al mindful eating con i bambini e, in allegato, 75 minuti di meditazioni guidate). I benefici più evidenti dell'applicazione pratica: sintonizzazione con la propria saggezza interna per sapere cosa e quanto mangiare (non di più, non di meno); capacità di sentire quali alimenti il corpo chiede, di volta in volta; la possibilità di alzarsi da tavola appagati, avendo assaporato il cibo con tutti i sensi e senza conflittualità più o meno latenti.

L'invito formulato da Jan Chozen Bays, autrice del libro, è a soddisfare ogni nostra fame. Lei ne ha individuate 9.

Ecco un esercizio per conoscerle meglio (per farlo si può utilizzare, ad esempio, un frutto):

  1. Fame degli occhi — Osserva il colore, la forma, il tipo di superficie. Ora valuta la fame degli occhi: su una scala da 0 a 10 quanta fame hai per questo oggetto, basandoti su quello che vedono i tuoi occhi?
  2. Fame del tatto — Prendi il cibo che hai scelto tra le dita. Cosa senti? È liscio, viscido, appiccicoso? Duro o morbido? Basandoti sul tatto, su una scala da 0 a 10 quanta fame ti sollecita?
  3. Fame delle orecchie — Porta l'alimento vicino al tuo orecchio. Ha un suono? Se lo stringi fa un qualche rumore? Basandoti sul suono che fa o non fa, quanta fame hai ora su una scala da 0 a 10?
  4. Fame del naso — Annusa il cibo, poi allontanalo un momento dal naso e poi annusalo di nuovo. Sentendone l’odore, pensi sempre che sia commestibile oppure no? Valuta la fame del naso. Su una scala da 0 a 10 quanta fame hai per questo oggetto, basandoti sull’odore che hai percepito con il tuo naso?
  5. Fame della bocca — Metti in bocca l’oggetto, ma non masticarlo. Fallo girare in bocca ed esploralo con la lingua. Cosa noti? Ora dai un unico morso, uno solo! E poi fallo girare di nuovo in bocca ed esploralo nuovamente con la lingua. Su una scala da 0 a 10, quanta fame hai ora basandoti su quello che hai sentito e assaporato con la bocca? In altre parole, quanto la tua bocca vuole ripetere quest’esperienza? Adesso puoi mangiare per intero questo alimento: masticalo lentamente e nota come cambia il suo sapore e la sua consistenza. Ora puoi mandarlo giù. Osserva se ne è rimasto qualche piccolo pezzetto in bocca. Che fa la tua lingua ora che hai finito di mangiarlo? Per quanto tempo resta il sapore in bocca?
  6. Fame dello stomaco — Ora porta l’attenzione allo stomaco: è pieno oppure no, è soddisfatto oppure no? Su una scala da 0 a 10, valuta la fame dello stomaco. In altre parole, il tuo stomaco quanto ne vuole ancora di questo alimento?
  7. Fame cellulare — Prendi consapevolezza del cibo che è entrato nel tuo corpo. L’assorbimento comincia nel momento in cui iniziamo a masticare. Ci sono delle sensazioni che ti dicono che il tuo corpo sta assorbendo questo cibo? Come lo stanno ricevendo le cellule del corpo? Su una scala da 0 a 10 le tue cellule ne vogliono ancora di questo cibo e quanto?
  8. Fame della mente — Riesci a notare cosa ti dice la mente su questo cibo? Valuta la fame della mente. Su una scala che va da 0 a 10 la tua mente ne vuole ancora di questo cibo?
  9. Fame del cuore — Il cuore ti sta dicendo qualcosa riguardo a questo cibo? Su una scala che va da 0 a 10, quanto rassicurante o confortante è questo cibo? Il tuo cuore ne vuole ancora?

L'esercizio lo si può fare con una mela, un pezzo di pane o un quadrotto di cioccolato o anche con qualcosa di liquido, come un succo di frutta (i passaggi saranno sempre gli stessi, attraverso le nove tipologie di fame)...

Consigli mindfulness a parte, e obiettivi salutistici e di benessere raggiunti (con la pratica), resterà in ogni caso un modo nuovo di entrare in relazione: che piano piano potrebbe far tornare il desiderio di ringraziare, per quel cibo. Che potrebbe far ricordare che i nutrienti diventano poi il nostro corpo; e allora scegliere attentamente un alimento diventerà non solo un vezzo salutista ma qualcosa di importante, su un piano più ampio.

La sua storia e il suo simbolismo, il modo in cui è stato coltivato, quanto rispetto è stato messo nei suoi tempi di crescita, nella cura della terra, nell'etica delle scelte che la sua produzione ha richiesto, la sua origine cruelty free ci riguarderanno più da vicino: perché sono una parte dell'informazione implicita, del nutrimento non visibile a cui attingeremo e di cui saremo consapevoli.

Mangiare, allora, sarà proprio diverso. Nutriente, di più nutrimenti; appagante di ogni fame. Un "buon" appetito che si sintonizza sulle melodie della Terra, e ne fa parte. Un modo per onorare tutto quello che si è fatto dono, per noi. 

Anna Maria Cebrelli

geronimo stilton

Trocathlon

Torna il mercatino dell'usato di Decathlon che fa bene all'ambiente e al portafogli

greenMe su Instagram

Sei su Instagram?

Le nostre foto +belle, le notizie che +ami, il tuo giornale sempre con te!

dieta
integratori
lievito madre
ricette vegane
ricette vegetariane
riciclo creativo
rimedi naturali
yoga
sai cosa compri
seguici su facebook
corsi greenme
whatsapp gratis
seguici su instagram