feedback dare ricevere

Si scrive “feedback” (yes, feedback: il termine inglese – composto da feed, nutrire/imboccare e back, indietro - è oramai entrato nel nostro linguaggio) e si può variamente tradurre in: riscontro, valutazione, recensione, commento. È una controreazione ad un'azione. Saperlo dare, un buon feedback, non è da tutti; saperlo accogliere in modo costruttivo, neanche. Ma è un'arte che si può imparare e che diventa utilissima in ogni tipo di relazione e in ogni momento della nostra vita personale e sociale, professionale e privata.

Come sappiamo, i feedback possono essere positivi o negativi: nel primo caso rappresentano una sorta di ricompensa, verbale, che fornisce – in chi lo riceve - un buon senso di “empowerment”, cioè consolida la sensazione della propria competenza e capacità; dirige l'azione e motiva.

È quindi chiaro che in famiglia, con la persona amata o i figli, con le persone care o sul lavoro, con i colleghi o i dipendenti, dare feedback positivi è importante: fa sentire considerato e apprezzato il proprio gesto, aumenta la creatività, favorisce un clima collaborativo, migliora il lavoro del gruppo e – in generale – mette in una buona disposizione d'animo. Inoltre nutre l'“effetto Pigmalione”, cioè l'aspettativa che facilita la ripetizione di quel comportamento, atteggiamento, pensiero desiderato.

Una particolare attenzione va posta quando si deve fornire un riscontro negativo. La ragione è intuibile: chi lo riceve può prenderla male. Due le possibili ragioni: la difficoltà ad elaborarlo in modo costruttivo e la reattività automatica (che può portare a denigrare l'opinione ricevuta, senza neanche considerarla, oppure a mollare tutto, andarsene). Inoltre, in generale, nella nostra memoria e pure nell'orgoglio pesa di più un evento che percepiamo come negativo rispetto ad uno positivo (non solo ci pensiamo più spesso e più a lungo nel tempo ma, anche – secondo gli studi – un feedback negativo crea più “infelicità” di quanto “felicità” crea un feedback positivo).

Secondo alcuni approcci, il metodo migliore per dare un feedback negativo è quello del panino: lo si inserisce in un contesto positivo. Quindi: apprezzamento come premessa (prima fetta di pane); feedback negativo (farcitura del tramezzino); nuovo apprezzamento finale (seconda fetta di pane).

Come spiegano Andrea Laudadio e Francesco Nicodemo in “Grazie del feedback – L'arte di dare e ricevere feedback per migliorare la performance individuale e di gruppo”, pubblicato nella collana Trend di Franco Angeli Edizioni (il libro è dedicato soprattutto al mondo del lavoro ma offre spunti di riflessione e indicazioni assolutamente utili nella vita privata), non tutti però sono d'accordo con il “sandwich della critica costruttiva”; ricerche recenti dimostrano infatti che sia meglio un approccio chiaro, gentile ma diretto sul contenuto “negativo”, che non dia la sensazione di essere prima manipolati e non confonda.

Ma come deve essere un buon feedback? Innanzitutto centrato su un comportamento, un gesto, un risultato specifico. Diretto ma non giudicante (commento sul comportamento, non giudico te come persona), non offensivo. Se è negativo, si dovrà aggiungere anche una motivazione al cambiamento (perché è importante modificare l'azione e come farlo). Deve essere fornito al momento giusto (non ha molto senso, né efficacia, se espresso a distanza di tempo) ma mai quando si è arrabbiati o di fronte agli altri.

Infine: tenendo conto della presenza in ognuno di un'innata tendenza ad interpretare le cose secondo il nostro punto di vista, soprattutto in caso di feedback negativo, è importante verificare che il messaggio che si è passato sia stato recepito correttamente nella sua interezza, integrando eventuali informazioni perse o non comprese.

Che si abbia di fronte un adulto o un bambino, la persona amata, uno sconosciuto, un collega o un membro del proprio gruppo di lavoro la cosa non cambia: l'importante è farlo sempre con empatia, gentilezza, attenzione, rispetto. Un feedback è come un piccolo seme: quel che mettiamo nel terreno determinerà anche il "raccolto".

Anna Maria Cebrelli

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