Il miracolo degli operai di Acerra, che hanno acquistato la fabbrica fallita con il Tfr

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Un’azienda fallisce e gli operai diventano imprenditori in prima persona per risollevare le loro sorti. Questa è la storia della Screensud di Acerra, nata dalle polveri della Lafer, una società che produceva ed esportava nel mondo reti d’acciaio per vagliature industriali.

Una volta dichiarato il fallimento, i lavoratori si sono rimboccati le maniche e pian piano ce l’hanno fatta. Non hanno lasciato la loro terra e hanno ricominciato a lavorare.

Sei anni senza andare a lavoro, altri tre per tentare di rilevare l’azienda, poi l’acquisto dei macchinari all’asta tramite il proprio Tfr tra sabotaggi e mille difficoltà. Ma 12 operai della ex Lafer sono riusciti a salvare quell’impresa sommersa dai debiti, l’hanno acquistata e poi rilanciata, salvaguardando il proprio posto di lavoro.

Una cosa che gli inglesi chiamerebbero “workers buyout”, ad intendere quel fenomeno di riconversione grazie al quale si recuperano le aziende, che godono anche di un alto tasso di sopravvivenza.

Una storia di coraggio e cooperazione

Fino al 2012 la Lafer, con sede a Nola, nel napoletano, produceva reti in acciaio per vagliature industriali, aveva 50 dipendenti e fatturava 7 milioni di euro in un anno. Ma la crisi non si è fatta attendere, prima col calo delle commesse poi con il fallimento vero e proprio.

Dopo mille vicende, 12 operai hanno deciso di provare a concedersi una nuova possibilità e hanno costituito una cooperativa, racimolando 350 mila euro tra Cfi (Cooperazione finanza impresa), un fondo istituito al ministero dello Sviluppo economico, Coopfond, alimentato con il 3% degli utili degli iscritti a Legacoop, e il fondo Sviluppo della Confcooperative.

In seguito, grazie alla legge che concede si sfruttare il diritto di prelazione per le cooperative di ex dipendenti, hanno acquistato all’asta i macchinari che hanno ricominciato a funzionare.

Oggi lavorano in un capannone di 1.800 metri quadri nella zona Asi di Acerra su due turni.

“Lavoriamo per noi stessi – racconta Raffaele Silvestro, presidente della cooperativa ed ex responsabile commerciale della vecchia società fallita – non è tutto rosa e fiori. Ci sono gli screzi ma si superano. Il nostro è un matrimonio a 12. Sono stato il primo a pensare che dovevamo provarci. Ero il capitano, ho dovuto scegliere se vivere o morire e ho chiamato sulla scialuppa di salvataggio i colleghi con cui potevo collaborare. In una cooperativa si richiede sacrificio, vera collaborazione. So che se ci sono difficoltà, chiedo ai miei compagni di rinviare lo stipendio per pagare un fornitore, e mi dicono di sì”.

La cooperativa per ora produce 3mila metri quadri al mese di telai in acciaio, reti antintasanti-setaccio per le industrie estrattive e l’edilizia e si rivolge al mercato italiano, anche se una buona parte della produzione viene esportata in Nord Africa, Australia e nel resto d’Europa.

Una bella realtà di impresa recuperata. Non è facile, talvolta deve essere anche scoraggiante, ma riappropriarsi del concetto di proprietà collettiva dei lavoratori potrebbe essere la strada giusta verso la riqualificazione delle centinaia di stabilimenti che in Italia hanno dovuto chiudere i battenti.

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Germana Carillo

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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