Arabia Saudita, ora i lavoratori stranieri possono cambiare lavoro (e in Qatar arriva il salario minimo)

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Qatar e Arabia Saudita stanno progressivamente riformando il proprio mercato del lavoro. Mediante una serie di leggi ad hoc, i due paesi hanno acconsentito ad un significativo alleggerimento del tradizionale sistema della kafāla, un’istituzione di derivazione islamica che si fonda sulla sponsorizzazione del lavoratore straniero da parte del locale datore di lavoro (kafīl), il quale rischia però di diventare un “padrone schiavista” in grado di limitare pesantemente la libertà personale del lavoratore a lui sottoposto. 

In Qatar, lo scorso 13 marzo è entrata in vigore una nuova legge che introduce per la prima volta il salario minimo per i lavoratori stranieri impiegati nel paese. Si tratta del primo provvedimento di questo tipo adottato nell’intera regione del Golfo.

In Arabia Saudita, ora i lavoratori stranieri possono liberamente cambiare lavoro, muoversi e viaggiare all’estero senza il permesso dei propri datori di lavoro. Qualche passo avanti nell’ottica del rispetto dei lavoratori migranti che cercano fortuna e stabilità economica recandosi nei paesi del Golfo.

Il caso del Qatar e il salario minimo

Un primo dato da considerare è che in Qatar, su una popolazione di 2.7 milioni di persone, i cittadini autoctoni sono solo 300.000.

Grazie alla nuova legge sul salario minimo, circa 300.000-400.000 lavoratori beneficiari — che rappresentano il 20% dei dipendenti totali del settore privato e operano in oltre 5.000 società — spettano un salario mensile minimo di 1.000 riyal del Qatar (circa 230 euro) e un’indennità minima di 300 riyal per il vitto e di 500 riyal per l’alloggio, solo nel caso in cui il datore di lavoro non fornisse già vitto e alloggio al lavoratore.

Inoltre, nell’agosto 2020, il Qatar ha abolito una norma che impediva al lavoratore straniero di cambiare occupazione senza il consenso del proprio datore di lavoro; era una pratica ingiusta, che poneva il lavoratore immigrato in una relazione di totale subordinazione rispetto al suo datore di lavoro, legittimando abusi e sfruttamento.

Secondo le dichiarazioni del governo del Qatar, il nuovo assetto legislativo avrebbe già contribuito al trasferimento di oltre 78.000 dipendenti. Tuttavia, in molti casi, quando il lavoratore straniero comunica la decisione di lasciare il vecchio lavoro per uno nuovo, l’ex sponsor lo continua ad opprimere attraverso minacce, maltrattamenti e sfruttamento, che in alcune situazioni porta alla detenzione in carcere e al rimpatrio del lavoratore.

Tra l’altro, il Qatar è tuttora al centro di uno scandalo di rilevanza internazionale per il sistematico sfruttamento e per la morte sul posto di lavoro di migliaia di operai impiegati nei cantieri delle grandi opere infrastrutturali previste per il campionato mondiale di calcio, che il paese ospiterà nel 2022.

Leggi anche: Oltre 6mila operai stranieri sono morti nei cantieri dei Mondiali di Calcio 2022 del Qatar

La riforma saudita

A distanza di nemmeno un anno, anche l’Arabia Saudita ha percorso la medesima strada, approvando una legge lo scorso 14 marzo.

Nel regno saudita, nell’ambito di una importante stagione riformatrice in materia di lavoro, i lavoratori stranieri potranno finalmente decidere autonomamente di cambiare lavoro alla scadenza del contratto, senza dover ottenere il permesso dei propri datori di lavoro.

I lavoratori potranno cambiare occupazione anche nel caso in cui il contratto sia ancora in essere, a condizione però di informare i propri datori di lavoro con un consono preavviso.

I lavoratori stranieri saranno inoltre esentati dal richiedere autorizzazione allo sponsor in caso di uscita dal (e rientro nel) paese, consentendo loro di viaggiare a tempo indeterminato senza dover chiedere il permesso ai propri datori di lavoro.

Infine, alcune nuove disposizioni riguardano anche i lavoratori privi di contratto di lavoro e coloro ai quali sono stati negati gli stipendi dovuti.

Verso l’abolizione della kafāla?

In realtà, le associazioni per i diritti umani si battono da tempo per mettere fine al sistema della kafāla nel Golfo, che rende i lavoratori migranti veri e propri schiavi di ricchi imprenditori o di comuni cittadini, che ne controllano i visti di soggiorno e di lavoro.

I lavoratori stranieri, secondo le rigide disposizioni della kafāla, non sarebbero infatti liberi di lasciare il proprio lavoro, di presentare dimissioni, di muoversi, di rientrare nel proprio paese di origine o altrove perché spesso privati del passaporto e di qualsiasi forma di indipendenza economica, come la semplice libertà di aprire un conto corrente bancario o di disporre del proprio salario, talvolta negato a fronte di ore e ore di lavoro in condizioni di assoluto sfruttamento. 

In particolare, coloro che lavorano nell’edilizia e svolgono lavori domestici sono maggiormente vulnerabili, quindi più esposti agli abusi, anche psicofisici, da parte dei rispettivi sponsor.

Fonti: Treccani/Al-Jazeera/Al-Arabiya

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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