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La Svizzera vota sì al referendum sul divieto di burqa o niqab nei luoghi pubblici

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I cittadini svizzeri, attraverso un referendum, hanno confermato la volontà di vietare la dissimulazione del viso nello spazio pubblico. Un divieto già in vigore in Ticino e nel Canton San Gallo, che ora sarà esteso a tutto il territorio nazionale. L’emendamento costituzionale, promosso dalla destra conservatrice elvetica, vieta quindi il burqa e niqab, capi di abbigliamento femminili in uso in parte della comunità musulmana della Svizzera.

Dopo Francia, Belgio, Austria e Danimarca, anche la Svizzera mette al bando il burqa. La Confederazione svizzera ha infatti indetto un referendum sullo spinoso tema della dissimulazione del volto nei luoghi pubblici o aperti al pubblico, che non solo solleva questioni legate alla sicurezza pubblica ma fa anche riflettere sul labile confine tra la libertà di scelta e l’imposizione di obblighi, tra libertà e coercizione.

Ieri, 7 marzo, si è tenuto in Svizzera il cosiddetto referendum “anti-burqa”. Con il risicatissimo 51,2% dei consensi degli elettori elvetici e l’adesione di 20 dei 26 cantoni, ha vinto il sì al divieto di indossare il burqa, il niqab o simili capi di abbigliamento (bandane sul viso, passamontagna, ecc.) in luoghi pubblici, cioè il divieto alla dissimulazione del volto nello spazio pubblico. Il bando appena introdotto, che va a colpire l’usanza del velo integrale di alcune donne musulmane, consiste nella proibizione di coprirsi completamente il volto in luoghi pubblici, sia in spazi interni sia all’aperto.

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Ottenere la maggioranza dei cantoni era indispensabile in questo caso, visto che il quesito referendario va ad incidere, modificandola, la Costituzione federale. Il testo di modifica costituzionale è stato promosso dalla destra conservatrice, da diversi politici dei partiti di centro-destra e centristi, e da un gruppo di femministe e musulmane liberali, nonostante l’opposizione del governo. Numerosi rappresentanti del partito Unione democratica di centro (UDC/destra nazionalista conservatrice) hanno proposto il suddetto referendum proprio per mettere un argine all’estremismo islamico, alla radicalizzazione di stampo islamista e all’Islam politico.

La risposta dei contrari

La reazione di sdegno espressa da un gruppo islamico elvetico, il Consiglio Centrale islamico della Svizzera, mostra quanto la questione sia assai controversa. I gruppi islamici contrari all’iniziativa, i quali temono che essa possa ledere il principio di uguaglianza, discriminando la minoranza musulmana e alimentando l’islamofobia, minacciano di ricorrere in tribunale.

Circa il 5% della popolazione della svizzera (8,6 milioni di persone) è di religione musulmana. La maggior parte dei musulmani vengono da Turchia, Bosnia e Kosovo. In Svizzera, quasi nessuna donna musulmana indossa il burqa e solo il 30% delle donne porta il niqab.

Anche nel 2009 i cittadini elvetici, eludendo le raccomandazioni governative, hanno votato per un referendum che ha messo al bando la costruzione di nuovi minareti in Svizzera. La proposta referendaria, anche in quell’occasione, era stata presentata dall’UDC, che vedeva nei minareti delle moschee elvetiche pericolosi segni di islamizzazione della società.

Secondo i detrattori di questo tipo di referendum, imporre un divieto generalizzato di indossare il velo integrale potrebbe violare i diritti di chi sceglie liberamente di portarlo, senza contribuire alla difesa delle donne che sono costrette a indossarlo da mariti oppressivi; in questo modo, esse potrebbero subire un isolamento ancora maggiore, perché confinate in casa, con scarse o nulle possibilità di lavorare o studiare e di accedere ai servizi pubblici essenziali.

Il dibattito italiano

In Italia, una simile proposta anti-burqa è stata avanzata nel 2009 da Souad Sbai, parlamentare dell’allora Pdl. Marocchina di nascita e cittadina italiana dal 1981, l’on. Sbai presiede dal 1997 l’Associazione Acmid-Donna Onlus (Associazione delle Donne Marocchine in Italia). Il disegno di legge, passato alla Commissione affari costituzionali, non ha avuto seguito, ma di recente la proposta anti-burqa è stata portata alla ribalta da istanze leghiste.

Fonti: BBC/Guardian

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Donatella Vincenti. Laureata in Lingue e Scienze Politiche, nel 2017 ha conseguito un dottorato alla Luiss sulla transizione ecologica nel mondo arabo-islamico. Nel 2015 ha curato la rubrica "Green Islam" per la webradio Radio Bullets.
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