Il terremoto sta uccidendo ancora in Abruzzo. Viaggio nella disperazione che spinge al suicidio

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Sono smarriti, stanchi, traumatizzati, impauriti. Sono gli abitanti del centro Italia che continuano a vivere con l’ansia del terremoto. Un paio di giorni fa l’ennesimo sciame sismico in Abruzzo, laddove ancora si aspettano le case e la ricostruzione.

Vittime di una cieca burocrazia a dieci anni dal terremoto de L’Aquila. C’è chi ha perso tutto, casa, affetti, sacrifici di una vita. Sotto le macerie la normalità sembra un miraggio. Ma c’è chi dice che non sono solo le scosse a spaventare, ma l’immobilismo italiano.

Il peso delle preoccupazioni e della disperazione ha portato anche a diversi suicidi, sono quindici in tutto e raccontano un paese che stenta a ripartire. Perché i danni economici, lo spopolamento, la distruzione negli occhi portano inevitabilmente all’angoscia.

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Gli esperti la chiamano sindrome depressiva post sisma, quella che ha portato un imprenditore a buttarsi dalla finestra, un altro ad impiccarsi. Stare lontani dalle proprie certezze, non avere più una foto ricordo, non poter più passare le serate al bar con gli amici, sentire il fallimento su di sé e non credere più alle tante promesse.

Un fardello difficile da sostenere se già da anni si vive in casette di fortuna. Non ce l’ha fatta il gestore di tre B&B che viveva al mare e aveva perso tutte le sue strutture affogato dai debiti, non ce l’ha fatta l’allevatore che si è suicidato con il pensiero per i suoi animali e ancora il giovane papà che non ha retto il peso di dover crescere due figli tra le macerie e tante altre storie ancora.

Tra pochi giorni sarà Natale, come ogni anno le alte cariche dello Stato probabilmente festeggeranno con gli sfollati, ma queste stesse persone non hanno bisogno di strette di mano, ma di una casa per ripartire, per non raccontare più dell’ennesimo suicidio.

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