Stop alle mutilazioni genitali femminili, i riti di passaggio alternativi alla pratica atroce (e pericolosa) dei tagli

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Oltre 200 milioni di donne e ragazzine del mondo hanno subito il supplizio delle mutilazioni genitali. Tra le vittime di questa pratica cruenta, si contano ben 44 milioni di bambine sotto i 14 anni.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione è stata istituita la Giornata internazionale contro le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF), che si celebra il 6 febbraio di ogni anno. Nonostante alcuni Paesi, tra cui il Sudan, recentemente abbiano abolito la pratica disumana, il rito delle mutilazioni genitali continua ad essere praticato in oltre 30 stati del mondo, non solo nel continente africano ma anche in Asia e in alcune zone dell’America Latina.

Ma le alternative a questo rito che lascia dei segni indelebili a livello fisico e psicologico esistono. Per abolire le MGF bisognerebbe lavorare sulla cultura e l’educazione attraverso un approccio multisettoriale, sensibilizzando le comunità; e proponendo delle alternative per mantenere la cerimonia che sancisce il passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Cosa sono le mutilazioni genitali femminili (MGF)

Per mutilazioni genitali femminili si intende quella serie di pratiche che prevedono la rimozione parziale o totale della parte esteriore degli organi genitali di donne e ragazzine. Si tratta di un rito di passaggio che nella maggior parte viene praticato per ragioni culturali e religiose e non per motivi terapeutici. Uno degli scopi delle MGF è l’esercizio del controllo sulla sessualità delle ragazze per garantire la verginità prima del matrimonio e la fedeltà dopo le nozze.

Spesso i tagli vengono effettuati ricorrendo ad oggetti rudimentali come coltelli e lamette, senza alcuna anestesia o rispetto delle norme igienico-sanitarie.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha suddiviso le MGF in quattro categorie, classificandole a seconda del livello di gravità: clitoridectomia (tipo I), asportazione (tipo II) e infibulazione (tipo III). Infine, nel tipo IV rientrano tutte quelle pratiche di mutilazione genitale non classificate, ad esempio l’uso di piercing, la cauterizzazione e taglio della vulva.

I riti di passaggio alternativi alle mutilazioni

Le MGF sono considerate una pratica antica e, come anticipato, rientrano tra i riti cerimoniali che celebrano il passaggio delle donne dall’età infantile all’età adulta. Si tratta di riti che sono parte integrante della cultura di diversi popoli. Per raggiungere l’obiettivo dell’abolizione di questa pratica atroce è necessario, quindi, innanzitutto porre l’accento sui danni fisici e psicologici che provoca alle donne e alle ragazzine e proporre delle cerimonie alternative non basate su tagli o altri tipi di violenza.

Diverse ONG e associazioni internazionali si battono per tutelare le donne vittime delle MGF e proporre dei riti sostitutivi. Tra queste Amref Health Africa-Italia, la principale organizzazione che offre supporto alle popolazioni africane, che da tempo si adopera affinché nelle comunità dell’Africa vengano introdotti riti di passaggio alternativi. Grazie all’impegno dei volontari, nella sola contea del Kajiado (in Kenya), le mutilazioni genitali femminili sono calate del 24%. E dal 2009 sono state salvate dalla pratica disumana oltre 20.000 ragazze africane. Molte di loro sono poi diventate delle attiviste che lottano per la tutela dei diritti delle donne.

Anche l’organizzazione Komolion Human Development Fund dal 2016 è riuscita a introdurre dei nuovi rituali di passaggio in Kenya, evitando a centinaia di donne il trauma delle MGF. L’ultima cerimonia, a cui hanno preso parte 47 ragazze e 33 ragazzi, si è svolta nel 2019. Come spiegano i volontari, è fondamentale che la cerimonia non venga organizzata da figure esterne ma dai membri della comunità: “Questo nuovo rituale deve essere pianificato e svolto dalla comunità stessa. Deve anche essere riconosciuto come una valida cerimonia di passaggio alla femminilità dai potenziali mariti delle donne.”

“Abbiamo in programma di continuare queste cerimonie ogni due anni per incoraggiare le ragazze a essere determinate e coraggiose nella ricerca di un’educazione e di una vita migliore” si legge sul sito del Komolion Human Development Fund.

La strada verso l’abolizione definitiva di queste pratiche che lasciano segni indelebili sulle donne è ancora lunga, ma non bisogna arrendersi. L’eliminazione delle MGF è uno di quei passi difficili ma necessari per l’emancipazione di milioni di giovani donne.

Fonte: Komolion Development Fund/Amref Health Africa/Facebook

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Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo all'Università La Sapienza, ha collaborato con Le guide di Repubblica e con alcune testate siciliane. Per la rivista Sicilia e Donna si è occupata principalmente di cultura e interviste. Appassionata da sempre al mondo del benessere e del bio, dal 2020 scrive per GreenMe
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