Mai più spose bambine: lo Zimbabwe vieta il matrimonio ai minorenni

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La Corte Costituzionale dello Zimbabwe ha messo al bando i matrimoni in cui uno dei futuri coniugi o entrambi abbiano meno di 18 anni, con l’obiettivo di porre un freno al triste fenomeno delle spose bambine: ragazzine spesso neppure quindicenni a cui vengono negate sia la possibilità di un’istruzione che quella di compiere scelte autonome e che si ritrovano a ricoprire anzitempo il ruolo di moglie e di madre.

La decisione della Corte Costituzionale dello stato africano è arrivata dopo che due ragazze, Loveness Mudzuru e Ruvimbo Tsopodzi, che erano state date in matrimonio dalle rispettive famiglie in età molto giovane, avevano denunciato il Governo e la legge preesistente, che fissava a 16 anni l’eta legale per il matrimonio delle donne e a 18 quella per gli uomini, determinando anche a livello normativo una evidente disparità di trattamento tra i sessi.

La scelta appena compiuta dallo Zimbabwe, dove una ragazza su tre si sposa prima dei diciotto anni e il 4% contrae matrimonio prima ancora di avere compiuto 15 anni, di equiparare i diritti di bambini e bambine rappresenta un grande passo in avanti per lo stato africano e ha un notevole valore simbolico. Tuttavia, ora arriva la parte più difficile: far recepire le nuove norme in tutte le aree del Paese, comprese quelle rurali, dove il fenomeno delle spose bambine è più diffuso.

Secondo un report pubblicato dall’Unicef lo scorso novembre, A Profile of Child Marriage in Africa, oggi nel mondo ci sono oltre 700 milioni di donne che si sono sposate prima dei 18 anni. Il 17% di queste donne, circa 125 milioni, vive in Africa, e oltre il 30% di esse, circa 40 milioni, si è sposato prima ancora di compiere 15 anni.

Al di là dell’aridità dei numeri, i dati dell’Unicef ci parlano di un fenomeno che persiste in modo ostinato soprattutto nelle zone rurali e tra le fasce più povere della popolazione (in alcune regioni africane non è raro, ad esempio, che una famiglia indigente decida di vendere la prole femminile per calcoli puramente economici), privando ogni anni milioni di bambine sia del diritto a vivere la propria infanzia che di quello a costruire il proprio futuro, a intraprendere una professione e a determinare in modo autonomo, libero e consapevole se e quando diventare moglie, se e quando diventare madre.

Quando una bambina si sposa, le sue prospettive di una vita sana e di successo declinano drasticamente e spesso si innesca un ciclo di povertà che coinvolge sia lei che, nella maggioranza dei casi, anche i suoi figli. Questo perché le spose bambine hanno meno probabilità di completare gli studi e di raggiungere un livello di conoscenze e abilità tale da poter ottenere un impiego, mentre è più probabile che siano vittime di violenza e che siano contagiate dall’HIV.

I figli di madri adolescenti, inoltre, hanno un rischio più elevato di nascere già morti, di morire poche ore dopo la nascita e di avere un basso peso corporeo nel momento in cui vengono al mondo.

“Il grande numero delle bambine coinvolte, e ciò che questo rappresenta in termini di infanzie perdute e futuri compromessi, sottolinea l’urgenza di mettere al bando la pratica del matrimonio infantile una volta per tutte.” – è il commento di Anthony Lake, direttore generale dell’UNICEF“I dati sono chiari nel mostrare che, per porre fine al matrimonio infantile, è necessario soprattutto prevedere interventi che raggiungano le bambine più povere e marginalizzate, quelle che ne hanno maggiore bisogno e quelle più esposte al rischio, fornendo loro un’istruzione di qualità e altri servizi di protezione. Sono in gioco le loro vite e il futuro delle loro comunità. Ogni sposa bambina rappresenta una tragedia individuale. Un aumento del loro numero è intollerabile.”

Per questo, la decisione della Corte Costituzionale dello Zimbabwe è di importanza capitale, in quanto, mettendo fuorilegge i matrimoni che coinvolgono un minore, fissa per la prima volta un principio, riconoscendo anche alla bambine il diritto a vivere la propria infanzia. Da questo momento in poi, bisognerà vigilare perché la nuova norma venga effettivamente interiorizzata dalla popolazione e rispettata: ci vorrà del tempo, ma la strada intrapresa è, almeno per una volta, quella giusta.

Lisa Vagnozzi

Photo Credits: © UNICEF/UNI202461/Kassaye

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