©Lotfullah Najafizada/Twitter

Sottomissione o morte: la “vita” che attende le donne afghane (di nuovo)

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[…] La mano di Baba strinse la mia coscia. L’uomo che rideva si mise a cantare in modo stonato un’antica canzone di nozze afghana. Con voce impastata e un pesante accento russo.

Abesta boro, Mah-e-man, ahesta boro.
Cammina lenta, mia graziosa luna, cammina lenta.

Battere di tacchi di stivali sull’asfalto. Qualcuno aprì di colpo il telone cerato e tre visi si affacciarono all’interno dell’autocarro. Uno era Karim, gli altri due erano soldati, un afghano e un russo con la faccia da bulldog sghignazzante e la sigaretta all’angolo della bocca. […]

Questi giorni duri riportano alla mente le pagine de Il cacciatore di aquiloni, di Khaled Hosseini (Piemme edizioni). Lui, Amir, torna a Kabul dopo anni e trova il disastro: gli aquiloni qui non volano più e le donne sono diventate invisibili.

Le donne. L’universo al femminile, da queste parti, ha molto poco da vivere in pace. Ammutolite e umiliate, il loro tempo da vivere è scandito unicamente da chi decide per loro. Nulla di più.

Anche se l’Afghanistan non è mai stato un paese idilliaco ed egualitario, ha avuto tempi migliori prima del controllo dei talebani. Non tutti sanno che negli anni ’70, per esempio, il Paese asiatico era  la destinazione hippie per eccellenza e che approvò finanche il suffragio femminile prima degli Stati Uniti. Prima dell’arrivo dei talebani, le donne potevano vestirsi come volevano senza timore di essere punite o diffamate, potevano votare e potevano anche studiare nei college e nelle università.

Ad oggi, a causa di una lettura estremista della sharia, praticamente l’intera popolazione femminile dell’Afghanistan è analfabeta, le donne indossano il burqa quando escono di casa e la loro opinione non conta nella sfera privata né tanto meno in quella pubblica. Non lavorano, fatta eccezione per alcune studentesse di medicina incaricate di curare altre donne, e non possono fare nulla senza che il loro “mahram”, l’uomo che le ha a carico, glielo permetta.

Il gruppo dei talebani si formò nel 1994 a Kandahar dal mullah Mohammed Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, guerriglieri di ispirazione islamica, nella guerra contro i sovietici che avevano occupato il Paese dal 1978 al 1989.

Provenivano tutti prevalentemente da tribù di etnia pashtun e avevano studiato nelle madrasse, le scuole coraniche pakistane (da cui il nome talebani, che significa “studenti” pashtu, la seconda lingua più parlata in Afghanistan dopo il dari). Il primo gruppo del 1994 era formato da circa 50 studenti, ma in poco tempo ne vennero reclutati molti altri. Il suo scopo iniziale sarebbe quello di ripristinare la pace e la sicurezza dopo il ritiro dei sovietici, e instaurare nei territori che controllava un’interpretazione molto radicale della sharia, la legge islamica (con punizioni ed esecuzioni pubbliche per chi violava la legge).

I talebani vietarono la televisione, la musica e il cinema, oltre che la coltivazione del papavero da oppio (che continuò in maniera illegale). Il nuovo regime introdusse norme molto restrittive come l’obbligo per le donne di indossare il burqa, il divieto di guidare bici, moto e auto e di utilizzare cosmetici e gioielli o di entrare in contatto con qualsiasi uomo che non fosse il marito o un parente.

I talebani hanno insomma trasformato, e in maniera atroce, l’Afghanistan negli anni ‘90, tanto che confrontando le fotografie scattate negli anni ‘60 e ‘70 con quelle degli anni ‘90, sembrano due paesi totalmente diversi. Nel 1967, il medico William Podlich ottenne un permesso di due anni dall’Arizona State University dove stava lavorando di trasferirsi in Afghanistan. Lì ha svolto la sua attività di insegnante alla Scuola Superiore degli Insegnanti di Kabul.

Le sue fotografie (visibili a questo link) mostrano un Afghanistan totalmente diverso da quello che è oggi (o, meglio, sino a ieri).

Sottomissione o morte: la “vita” che attende le donne afghane sotto il controllo dei talebani

I talebani? Imporranno senza dubbio e ancora una volta le loro regole a una società che – ora – sta cercando disperatamente di fuggire dal Paese per non cadere nelle loro grinfie. Ma è le donne ad attendere la peggio.

Loro sono lì, terrorizzate e affrante e non c’è giorno che passi senza chiedere aiuto. I talebani bussano alle loro porte e già sanno che non potranno uscire di casa da sole né lavorare, non potranno studiare né scegliere i vestiti da indossare. Fa terribilmente capolino il proibizionismo in tutte le sue più grevi sfaccettature. E tutta la sottomissione assoluta ai talebani.

I pochi passi in avanti che l’Afghanistan aveva fatto nei diritti delle donne saranno perduti. Le donne erano riuscite ad avere l’indipendenza, a poter lavorare e formarsi come medici, infermiere, insegnanti, giornaliste o governatrici locali. Qualcosa che non si vedrà più.

C’è solo la possibilità di ricorrere la storia che dal 1996 è arrivata al 2001, quando i talebani hanno governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001 per capire quanto ci sia in gioco in questo momento. E queste sono alcune delle regole che le donne temono verranno imposte nuovamente:

  • Non possono lavorare
  • Non possono andare a scuola o all’università. Solo ai centri religiosi talebani
  • Devono coprirsi il volto in pubblico
  • Devono essere accompagnate da un uomo se vogliono uscire di casa
  • Non possono guardare fuori dalle finestre
  • Non possono ridere in pubblico perché gli uomini non possono sentire le loro voci
  • Non possono apparire in nessun media
  • Sono costrette a indossare un burqa che copra completamente il loro corpo dalla testa ai piedi
  • Non possono truccarsi o tingersi le unghie (ci sono stati casi di donne a cui sono state amputate le dita per averlo fatto)
  • Verranno lapidate pubblicamente se fanno sesso al di fuori del matrimonio
  • Non possono mostrare le caviglie
  • Non possono fare sport
  • Non possono portare i tacchi
  • Non possono usare i bagni pubblici

I talebani hanno preso il pieno controllo dell’Afghanistan dopo aver riconquistato Kabul in queste ore. Al momento non ci sono segnalazioni che assicurino che stiano imponendo queste misure nelle aree che già da giorni controllano.

I poster raffiguranti alcune donne in abiti da sposa sono stati cancellati da un muro di un negozio a Kabul, poco prima dell’ingresso dei talebani in città. L’immagine simbolo è quella di un imbianchino è al lavoro per coprire con della vernice quei volti femminili ed evitare ritorsioni da parte delle milizie islamiche.

Nessuno, da questa parte del mondo, ci vuole credere. Ma lo stato di caos, terrore e sottomissione è stato davvero imposto di nuovo.

 

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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