Scoperta straordinaria: trovate le più antiche tracce di vino in Italia

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Tracce di vino in tazze e contenitori di 3500 anni fa: dagli scavi di Bondeno, in provincia di Ferrara, sono emersi i più antichi segni del consumo di vino mai scoperte sinora. Un ritrovamento che sottolinea l’intenso sfruttamento della vite già nell’età del Bronzo.

Il sito archeologico è quello della Terramara di Pilastri (di circa 1600-1300 a.C.) scavato dal Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università di Padova diretto dal prof. Massimo Vidale.

I risultati sono apparsi sull’ultimo numero del Journal of Archaeological Science (123, 2020, 10526).

Pilastri fa parte della cultura terramare della pianura padana, il cui contesto archeobotanico ha fatto supporre che la Vitis vinifera L. fosse conosciuta ed utilizzata già proprio durante la media età del Bronzo.

L’analisi dei residui organici condotta mediante gascromatografia accoppiata alla spettrometria di massa – si legge nello studioha consentito l’identificazione dell’acido tartarico in 20 campioni su 31 recuperati da diversi recipienti in ceramica (come bicchieri, pentole grossolane, presunti recipienti di stoccaggio). Sulla base di studi integrati, suggeriamo che i derivati ​​del succo d’uva (incluso vino o aceto) fossero probabilmente consumati nei siti. Questa è la prima prova diretta del consumo di derivati ​​dell’uva in questa area. Combinati con le prove botaniche, questi risultati contribuiscono alla nostra comprensione dell’emergere del consumo di vino nel Mediterraneo occidentale”.

Come spiega Vidale, “le analisi gas-cromatografiche effettuate da Alessandra Pecci (Università di Barcellona) dimostrano che circa più di un terzo dei frammenti di vasi di Pilastri sinora esaminati contengono tracce dei bio-markers del vino, ossia acidi tartarico, succinico e maleico, e che in alcuni casi il contenuto aveva tracce di zolfo e di resina di pino. Lo zolfo potrebbe essere stato aggiunto come antifermentativo della bevanda, oppure essere stato usato per sterilizzare i contenitori; la resina, per impermeabilizzare le parti interne dei vasi”.

vino scavi archeo

©UniPD

D’altra parte, concludono i ricercatori, così come stanno le cose e allo stato attuale delle conoscenze non è semplice distinguere le tracce residue di vino da quelle di aceto, che potrebbe essere usato usato per conoscere pesce, carne e verdure al posto del sale.

I vasi usati per il vino sono tazze usate per bere, ma anche dei grandi bacini con capacità di circa 40 litri, il che presuppone una vinicoltura non episodica.

Fonte: Journal of Archaeological Science / UniPD

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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