La nuova rubrica di Matteo Viviani su GreenMe

Perché non ci sono (quasi per niente) donne e bambini nelle immagini della fuga di massa da Kabul

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Mentre parliamo si compie una catastrofe. Una crisi, quella in Afghanistan ora, che ha costretto quasi 400mila persone a fuggire dalle proprie case, città e province in cerca di un rifugio più sicuro. Ma un rifugio sicuro qual è? Tutto, fuorché rimanere lì. Perché lì, quella seppur minima libertà che c’era non ci sarà più per colpa dei talebani. E mentre gli uomini si ammassano su un aereo e tentano la fuga per qualunque via, le donne e i bambini dove sono?

Se ne vedono pochissime. Scorrono immagini crude di evacuazioni di massa, ma loro dove sono? La velocità e la misura della violenza e l’escalation del conflitto minacciano e spaventano proprio loro, le donne, che si nascondono dove credono, che non possono essere portate via dai loro uomini. Che rischiano la vita, letteralmente.

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Volevamo tutte tornare a casa, ma non potevamo usare i mezzi pubblici. Gli autisti non ci hanno fatto salire sulle loro auto perché non volevano assumersi la responsabilità del trasporto di una donna. Nel frattempo, gli uomini intorno si prendevano gioco di ragazze e donne, ridendo del nostro terrore. ‘Vai e mettiti il ​​chadari [burqa]’, gridò uno. ‘Sono i tuoi ultimi giorni fuori per le strade, ha detto un altro, racconta a The Guardian una studentessa universitaria di Kabul, sottolineando anche un altro aspetto brutale. E il fatto che, d’ora in avanti, le donne e le ragazze sopra i 12 anni sono considerate bottino di guerra.

È questa la situazione in Afghanistan, nient’altro che un rigurgito di qualcosa rimasto represso per vent’anni. E se in quell’aereo la cui immagine (sotto) sta facendo il giro del mondo qualche donna e qualche bambino in realtà si vedono, non sono certamente tutti quelli che dovrebbero mettersi in fuga. Il loro numero è davvero esiguo e qui il pezzo di Defense One.

Le donne. E i bambini. A noi da quest’altra parte prudono le mani e recitiamo indignazione.

La prima cosa che io e le mie sorelle abbiamo fatto è stata nascondere i nostri documenti d’identità, diplomi e certificati. È stato devastante. Perché dovremmo nascondere le cose di cui dovremmo essere orgogliosi? In Afghanistan ora non ci è permesso essere conosciute come le persone che siamo. […]

Come donna, mi sento vittima di questa guerra politica iniziata dagli uomini. Mi sentivo come se non potessi più ridere ad alta voce, non posso più ascoltare le mie canzoni preferite, non posso più incontrare i miei amici nel nostro caffè preferito, non posso più indossare il mio vestito giallo preferito o il rossetto rosa. E non posso più andare al mio lavoro o finire la laurea che ho lavorato per anni per ottenere.

Le donne afghane hanno sacrificato molto per la poca libertà che avevano. In un battibaleno, sono state private ​​di nuovo di tutti i diritti fondamentali e sono tornate indietro a 20 anni fa. Dopo 20 anni di lotta per i diritti e la libertà, si parla di nuovo di burqa e di nascondere la propria identità.

Proprio così: le donne ritornano a essere invisibili e, per uno scampolo di salvezza, si mettono nel loro cantuccio atterrite, nascondono documenti e distruggono ciò che è possibile. Si annullano.

È il caso descritto – un esempio tra tutti – dalla Fondazione Pangea, organizzazione no profit che dal 2002 lavora per favorire lo sviluppo economico e sociale delle donne, delle loro famiglie e delle comunità in Italia, in India e in Afghanistan, che – racconta – nell’ufficio a Kabul ha eliminato “tutti i documenti con i dati sensibili di tutte le donne che abbiamo aiutato in questi anni. Non vogliamo che i talebani possano trovare i loro nomi, rischierebbero la vita”.

Gli appelli si susseguono, le richieste di corridoi umanitari per le donne anche. Forse, ed è una speranza, l’opinione pubblica (complici anche i social) questa volta comprende bene che tutto ciò è fuori qualsiasi diritto civile e umano.

Ora che i talebani hanno preso il controllo di Kabul, è iniziato un nuovo regno del terrore per le persone che vivono in Afghanistan. Per le donne e le ragazze afghane, questo significa oppressione sistematica e brutale in tutti gli aspetti della vita. Nelle aree controllate dai talebani, le università femminili sono state chiuse, stanno negando alle ragazze l’accesso all’istruzione e le donne vengono vendute come schiave del sesso, dichiara Evelyn Regner, presidente della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento europeo. Non dobbiamo chiudere un occhio su una crisi umanitaria che colpirà specificamente le donne e le ragazze in Afghanistan. Tutti gli Stati membri dell’Ue devono collaborare per garantire il passaggio sicuro fuori dal Paese per chiunque sia in pericolo. Tutti gli ulteriori negoziati devono garantire la sicurezza e il benessere delle donne e delle ragazze afgane.

Le donne. E i bambini. Vero: non dobbiamo chiudere un occhio. E da più parti si sollevano allarmi e ricerche di aiuti. Non lasciamole sole.

Fonti: The Guardian / Parlamento Europeo

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per greenMe dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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