Papua Occidentale: il genocidio che è stato ignorato dal mondo

Nella Papua Occidentale si muore di morte violenta e nessuno lo dice. Il motivo? Scontato, quasi banale: il denaro, e in particolare la ricchissima miniera d’oro del Paese. Con gli Stati “sviluppati” compiacenti se non direttamente autori dei massacri.

Un’inchiesta della Brisbane Archdiocese’s Catholic Justice and Peace Commission dal titolo ‘Perderemo tutto ‘parla chiaro: è in corso un genocidio “a rallentatore”, indicando una lenta ma inesorabile serie di massacri, che rischia di far scomparire la popolazione indigena di quegli stupendi luoghi, ricchissimi di risorse.

La Papua Occidentale è la patria di una delle più grandi miniere d’oro del mondo (nonchè di rame), conosciuta come la miniera di Grasberg, con riserve per un valore stimato di 100 miliardi di dollari (più di 88 miliardi di euro). E il maggiore azionista è la società mineraria americana Freeport-McMoRan, principale contribuente indonesiano.

Forse basterebbe questa informazione per capire, ahinoi, il perché dei massacri e del silenzio generale. Il denaro e i diritti umani sono in continuo conflitto, e a farne le spese sono innocenti. Così in Papua Occidentale, almeno dalla fine degli anni ’60, quando una serie di decisioni politiche hanno fatto diventare la terra un luogo di sangue e atrocità, uno dei tanti dimenticati.

Ma facciamo un passo indietro. La Papua Occidentale, parte della grande isola della Nuova Guinea viene annessa all’Indonesia nel 1969, dopo un contestato referendum (per molti un atto di conquista con la forza). Due anni prima, nel 1967, Freeport McMoRan aveva ottenuto i diritti sulla miniera di Grasberg.

La popolazione locale organizza subito un movimento di resistenza armata, l’OPM (Movimento Papuasia Libera), ma, almeno dal 1977, le truppe speciali dell’esercito di Jakarta, con il sostegno finanziario della compagnia mineraria iniziano un’opera di sterminio dei ribelli separatisti.

Le misure repressive contro la popolazione indigena, in particolar modo gli Amung, abitanti degli altipiani centro-meridionali dell’isola, dove sono concentrate le più ingenti risorse minerarie, sono spietate: si stima che 500.000 Papuasi occidentali siano stati uccisi combattendo per ottenere l’indipendenza.

“Ora, ogni mattina, Benny, sua madre e le sue zie sono fermate e controllate dai soldati indonesiani, che spesso costringono le donne a lavarsi nel fiume prima di violentarle di fronte ai loro bambini. Molte giovani, tra cui tre delle zie di Benny, sono morte nella giungla a causa delle ferite causate da questi attacchi, che spesso hanno comportato mutilazioni genitali – racconta un papuaso nativo che ha speso la sua vita per l’indipendenza – Ogni giorno le donne papuane dovevano presentarsi alle postazioni militari per portare cibo, nonchè pulire e cucinare per i soldati. Violenza, razzismo e sottomissione forzata sono diventati parte della routine quotidiana”.

Una continua e terrificante violazione dei diritti umani, con la partecipazione attiva dei Paesi cosiddetti sviluppati. Sì, perché non solo la compagnia mineraria americana è accusata di essere complice, ma anche l’Australia, sulla quale il governo indonesiano ha fatto pressioni affinchè stroncasse politicamente le Nazioni del Pacifico che hanno iniziato a mostrare sostegno per la campagna per l’indipendenza della Papua Occidentale.

Pressioni a cui sembra esserci stato tutt’altro che rifiuto (secondo le accuse l’Australia avrebbe addirittura fornito alle forze armate indonesiane le attrezzature necessarie a devastare la popolazione locale). Tuttavia, secondo le indagini più recenti, ora i due Stati hanno ora sospeso i loro legami militari.

Sta di fatto che attualmente la Papua Occidentale ha il più alto tasso di povertà in Indonesia, quasi tre volte la media nazionale, il più alto tasso di mortalità infantile, così come i peggiori indicatori di salute e il più basso tasso di alfabetizzazione. Nonostante le sue immense ricchezze.

Che non possono essere loro però.

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Roberta De Carolis

Cover: Facebook

Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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