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L’olio di palma è ancora un problema enorme (e nasconde abusi, violenze e sfruttamento minorile)

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No, non ci siamo dimenticati dell’olio di palma. Nuova inchiesta ne svela tutta le atrocità, a 7 anni dalla grande mobilitazione dal basso che chiedeva di fermarlo

Ima ha dieci anni e vive in Indonesia, mentre Olivia è una scout del Tennessee. I mondi di Ima e di Olivia sembrano incredibilmente distanti e diversi, eppure le vite delle due ragazze sono strettamente collegate.

Ima infatti è una delle migliaia di bambini sfruttati, insieme ai loro genitori, nelle piantagioni di palma da olio di Indonesia e Malesia, paesi che coprono l’85% della domanda mondiale di olio di palma.

L’olio di palma ottenuto anche grazie al duro lavoro di Ima viene utilizzato da aziende come Nestlé, Unilever, Kellogg’s, Pepsi e molte altre, tra cui Ferrero, uno maggiori produttori di biscotti Girl Scouts. Questi ultimi sono cookies molto popolari negli Stati Uniti, venduti porta a porta e online dalle scout del Paese per raccogliere fondi: Olivia è una tra le migliori venditrici dei biscotti Girl Scout.

Quando Olivia ha scoperto che per far posto alle piantagioni di palma in costante espansione, vengono sfruttati bambini e distrutte foreste pluviali, ha iniziato a indagare sulla provenienza dell’olio di palma presente nei biscotti Girl Scout.

La maggior parte delle persone quando leggono “biologico”, “commercio equo e solidale” e “sostenibile” non vanno oltre. Olivia invece ha voluto saperne di più scoprendo che nonostante la dicitura “certificato sostenibile”, sostenibile non era. L’etichetta riportava infatti il termine “misto”, a indicare che l’olio di palma sostenibile era miscelato con olio da fonti non sostenibili.

Oliva ha dunque deciso di rivolgersi alla direzione delle Girl Scouts, chiedendo delucidazioni sulla provenienza dell’olio di palma per produrre i biscotti, ha avviato petizioni online per ottenerne la rimozione e, nel frattempo, ha smesso di vendere i popolari cookies.

A raccontare la storia di Ima e Olivia è l’Associated Press, che ha fatto luce sulla situazione drammatica in cui versano ancora i lavoratori nelle piantagioni di palme, nonostante le tante battaglie portate avanti negli ultimi anni. L’olio di palma continua infatti a essere utilizzato in diversi prodotti alimentari tra cui latte artificiale per i neonati, cereali per la colazione, snack, caramelle, gelati, oltre che nei cosmetici.

In Indonesia e Malesia, il destino di molte persone come lavoratori nelle piantagioni è segnato dalla nascita da generazioni: quando un membro della famiglia va in pensione o muore, un altro componente della stessa famiglia prende il suo posto così da mantenere l’alloggio offerto dall’azienda, che spesso è una baracca fatiscente senza acqua e a volte senza elettricità.

Molte altre persone si trasferiscono dagli angoli più poveri del paese per lavorare nelle piantagioni, spesso portando con sé mogli e figli per avere un aiuto, data l’enorme mole di lavoro. I raccoglitori non sono autorizzati a portare con sé il resto della famiglia, quindi mogli e bambini li seguono viaggiando da soli sulle rotte dei trafficanti, rischiando la vita. Quando arrivano a destinazione rimangono senza documenti e sono ad alto rischio di sfruttamento.

I migranti senza documenti sono trattati in modo disumano, non gli viene riconosciuto alcun diritto e non hanno modo di ribellarsi. I bambini crescono con il terrore si essere separati dai genitori e vivono cercando di rimanere invisibili per non attirare l’attenzione della polizia. Ovviamente, non hanno accesso all’istruzione e a cure mediche molti non abbandonano mai le piantagioni in cui sono costretti a lavorare anche dieci o più ore al giorno.

La salute di questi bambini è fortemente a rischio: sono denutriti, lavorano fino allo sfinimento e ogni giorno sono esposti a sostanze chimiche tossiche. Le bambine sono inoltre spesso vittime di abusi sessuali e non è raro che si trovino costrette a sposare i loro aggressori.

Molti bambini nascono nelle piantagioni, lavorano nelle piantagioni e muoiono nelle piantagioni, senza alcuna possibilità di fuggire: nei pressi delle palme non è raro trovare lapidi e croci ricoperte dalla vegetazione, sotto le quali sono seppelliti i corpi di chi non ce l’ha fatta.

Come è possibile che l’olio di palma “sostenibile” venga prodotto in questo modo? Le certificazioni sono nate con le migliori intenzioni ma ora sono diventate uno strumento di greenwashing, usato per tranquillizzare i consumatori. (Leggi anche: L’olio di palma sostenibile non esiste, parola dell’ONU (FOTO) )

D’altro canto, riuscire a monitorare milioni di lavoratori in piantagioni che coprono un’area grande quanto la Nuova Zelanda è quasi impossibile. Alle donne e ai bambini viene ordinato di nascondersi quando arrivano i controlli; quando sono state contattate dai giornalisti di AP, le aziende hanno assicurato il pieno rispetto delle leggi e dei diritti umani per tutti i lavoratori.

Eppure, Ima ha lavorato anche fino a 12 ore al giorno, indossando solo infradito e senza guanti, piangendo per le ferite alle mani e per le punture di scorpione. Ima sogna di fare il medico, ma non può abbandonare il suo lavoro perché deve aiutare suo padre. Il carico del suo raccolto, talmente pesante da farle perdere l’equilibrio, va a uno dei mulini che alimentano la catena di fornitura dei biscotti di Olivia.

“Sto sognando un giorno di poter tornare a scuola”, ha detto all’AP, con le lacrime che le rigavano le guance.

Dopo aver saputo la storia di Ima, Olivia è ancora più determinata nella sua battaglia e chiede alle Girl Scout di tutto il paese combattere con lei:

“I biscotti ingannano molte persone. Pensano che sia sostenibile, ma non lo è. Non sono solo una ragazzina che non può farci niente. I bambini possono cambiare il mondo. E lo faremo.”

Fonte di riferimento: Associated Press

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Laureata in Scienze e Tecnologie Erboristiche, redattrice web dal 2013, ha pubblicato per Edizioni Età dell’Acquario "Saponi e cosmetici fai da te", "La Salvia tuttofare" e "La cipolla tuttofare".
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