La premier della Nuova Zelanda propone una settimana lavorativa di quattro giorni per incoraggiare il turismo interno

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Quattro giorni di lavoro a settimana, maggiore flessibilità e più telelavoro: è la ricetta della ripresa economica dettata da Jacinda Ardern, lungimirante prima ministra della Nuova Zelanda, che continua con la sua politica fortemente incentrata sulle famiglie e sul benessere delle persone (e che in qualche modo ribalta decenni di insistenza neoliberista secondo cui la “flessibilità” sul posto di lavoro è di esclusiva competenza dei datori).

Da quando il coronavirus ha colpito anche il suo Paese, la leadership della Ardern in Nuova Zelanda ha dato vita a un intervento rapido, draconiano ed efficace: fino ad oggi ci sono stati solo 21 decessi per Covid-19 tanto che ben il 92% di neozelandesi elogia gli sforzi di contenimento del governo.

In più, grazie alla sua linea di gestione decisamente empatica, non è un caso che, secondo gli ultimi sondaggi, la Ardern sia qui il leader politico più popolare degli ultimi 100 anni.

Ora si prepara a un’altra sfida: il turismo, duramente colpito anche in Nuova Zelanda, è la più grande industria di esportazione del Paese, che impiega il 15% dei cittadini e contribuisce a quasi il 6% del PIL, ed è stato nel contesto del salvataggio di questo settore che mercoledì Ardern ha detto – informalmente in un video di Facebook dalla città turistica di Rotorua – di aver raccolto tutti i suggerimenti dei cittadini e che, se il Paese dovesse decidere per una settimana lavorativa di quattro giorni, il maggior tempo libero potrebbe consentire al mercato turistico nazionale di espandersi e far fronte all’attuale carenza.

L’ho sentito da molte persone e alla fine una manovra deve essere qualcosa su cui dipendenti e datori di lavoro devono discutere. Il COVID ci ha insegnato molte cose, tra cui la flessibilità del lavoro e il telelavoro”, dice.

Un cambiamento  che – nelle parole della Ardern renderebbe anche i dipendenti più felici e più produttivi, con maggiori benefici non solo per il comparto turistico, ma anche per la salute mentale e fisica, l’ambiente, la vita familiare e sociale. Questo sistema sarebbe ispirato al Kurzarbeit tedesco: un modello che consente di mantenere e rendere l’occupazione compatibile con avere più tempo libero o investirlo per migliorare le proprie capacità lavorative.

D’altronde, se ci pensate, si tratterebbe di mantenere tutti i vantaggi di produttività che il lavoro da casa ha portato, e che sono ormai sotto gli occhi di tutti, tra cui aria più pulita e la mancanza di traffico nelle città. In più, in tutto il mondo l’allontanamento sociale ha determinato non solo un numero record di persone che lavorano da casa, ma ha anche sfalsato e riorganizzato i turni, riorganizzando lo spiegamento del lavoro attorno a nuovi sistemi di produzione, distribuzione e scambio. Gli economisti l’hanno definito il più grande cambiamento della forza lavoro dopo la seconda guerra mondiale e, anche se parallelamente alle difficoltà di  gestione di un virus invisibile e letale, per alcuni lavoratori ci sono stati benefici sorprendenti.

Una settimana universale di quattro giorni in sé non sarà una panacea universale contro tutti i mali che dal coronavirus sono scaturiti, ma vero è la Nuova Zelanda della Ardern mostra ripetutamente il coraggio di avanzare. Sarà questo il quid che manca all’Italia?

Fonte: The Guardian

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Giornalista pubblicista, classe 1977, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing e correzione di bozze. Direttore di Wellme.it per tre anni, scrive per Greenme.it da dieci. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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