La storia della lega anti-mascherine durante la spagnola. Perchè tendiamo a negare le pandemie?

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Anche durante la spagnola, si facevano petizioni contro le mascherine in nome della libertà personale.  A San Francisco molti si rifiutarono di indossare mascherine sfidando la legge mentre la pandemia di influenza spagnola del 1918 si impadroniva della città. 

Sapevate che nel 1919 si formò una “Lega anti-mascherina”? Accadde a San Francisco, quando la città impose l’uso di mascherine durante la pandemia e alcuni residenti si rifiutarono di indossarle, portando a centinaia di arresti e persino a una sparatoria. Le hanno combattute strenuamente, credendo che fossero antigeniche, inutili e una minaccia ai loro diritti costituzionali. Il resto è storia… e attualità.

Tendiamo a dire “No, non è vero”: è successo, succederà e sta succedendo anche ora, con la pandemia di Covid-19. Non parliamo di complottismo, termine a volte anche abusato, ma di negare quello che accade intorno a noi. E no, non è un caso che quello che neghiamo non siano mai notizie positive. Per la psicologia è un comportamento umano e molto comune. E la storia lo dimostra.

La pandemia di Covid-19 non è la prima della storia (ci auguriamo sia l’ultima) e anche a quelle del passato parte della popolazione mondiale non credeva. Non credeva non solo al virus in sé, ma nemmeno alle procedure di sicurezza consigliate per limitare il contagio. In altre parole, alla scienza.

Tante volte questa pandemia è stata paragonata a quella della celeberrima (e devastante) influenza spagnola. Tra le tante differenze, a partire dal virus, perché il SARS-CoV-2 non è influenzale, sicuramente il movimento negazionista le accomuna.

Il negazionismo, tra passato e presente

Un passo indietro nella storia, a partire dal nome: la cosiddetta influenza spagnola non è assolutamente partita dalla Spagna, ma il Paese iberico fu il primo a divulgare la notizia di questa influenza incredibilmente violenta, che ebbe come bilancio circa 50 milioni di morti in tutto il mondo su 500 milioni di contagi ed una letalità, dunque, del 10%.

Un giorno di gennaio del 1919, Charles Nelson del San Francisco Board of Supervisors presenta una petizione al sindaco dell’epoca James Rolph chiedendo di rimuovere l’ordinanza sulla mascherina della città, poiché era un “violazione della nostra libertà personale” e “non in linea con lo spirito di un popolo veramente democratico costringere le persone a indossare una mascherina di dubbia efficacia ma piuttosto una minaccia per la loro salute”.

Qualcosa che si sente dire anche ora, nonostante siano passati 100 anni e il livello culturale sia generalmente incrementato, almeno nei Paesi cosiddetti avanzati (Leggi anche: La pericolosa bufala del tampone per il Covid-19 che “buca la barriera ematoencefalica”).

Se una mascherina non riesce a bloccare un virus, piccolissimo ma pur sempre costituito almeno da RNA virale e proteine associate, molecole biologiche definite macromolecole non a caso, di certo non blocca l’anidride carbonica, costituita da appena 3 atomi (uno di carbonio e due di ossigeno).

@California State Library

Le cause del negazionismo

Ma non è ovvio e il problema non è culturale in senso stretto. Secondo psicologi e psichiatri, negare evidenze scientifiche (ma anche storiche)  è umano e molto comune. Forse più di quanto si pensi.

“Dal punto di vista psichico il negazionismo è un meccanismo difensivo dalla paura e dall’angoscia arcaico, primordiale e molto tenace – spiega Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della Società italiana di neuropsicofarmacologia (Sinpf) – È una condizione per la quale il negazionista, facendo uno sforzo enorme, si oppone alla realtà dei fatti e ha bisogno di trovare chi la pensa come lui, perché non può tollerare una condizione diversa, una condizione che proviene dalla ragione. Nei confronti della paura noi possiamo attivare dei sistemi cognitivi che ci permettano di affrontarla. La maniera che noi consideriamo più evoluta è di attuare protezioni da questa paura per cercare di sopravvivere ad essa”.

In altre parole quando abbiamo paura di qualcosa, soprattutto se è invisibile come un virus, “preferiamo pensare” che non sia vero. O al limite che non sia poi così terribile. E anche qui la pandemia di Covid-19 fornisce esempi di attualità.

Un grande classico è sostenere che l’infezione esiste ma è come un’influenza comune. Questa affermazione che rassicurerebbe tutti è purtroppo falsa, sia per gli effetti, perché la letalità di un’influenza è largamente inferiore, sia per la realtà biologica dei virus, profondamente diversi anche se entrambi con conseguenze respiratorie.

Attribuire tutto però solo alla paura potrebbe essere semplicistico. È indubbio che l’essere umano nella storia è stato più e più volte ingannato, derubato e raggirato. Se non dalla scienza in sé, da chi la rappresenta.

Un caso per tutti: il vaccino anti morbillo. Nel 1998 il medico inglese Andrew Wakefield pubblica un articolo su ‘The Lancet’, tra l’altro rivista prestigiosissima nell’ambito clinico. La risonanza mediatica è enorme.

Lo studio evidenzia infatti una correlazione tra il vaccino trivalente per morbillo, parotite e rosolia e le sindromi autistiche. Scoppia lo scandalo: milioni di madri e padri di colpo si rifiutano di vaccinare i loro figli, cosa che porta ad un forte aumento dei casi di morbillo nel Regno Unito.

Ma è una truffa: il medico era titolare di un brevetto per un kit diagnostico in grado di rivelare la presenza del virus del morbillo nell’intestino, il quale, in caso di un’epidemia di morbillo, poteva tranquillamente fruttare quasi 92 milioni di euro l’anno.

Lo studio viene ritirato dalla rivista appena viene scoperta la verità e il medico denunciato con oltre 30 differenti capi d’accusa, quindi radiato dall’albo. Eppure ancora oggi il presunto legame tra vaccini (tutti, non solo quello per il morbillo) ed autismo è ancora ipotizzato.

Dunque, cosa fare?

La psicologia qui dice che, se si ha a che fare con le emozioni, usare il raziocinio non serve. Fare appello ai sentimenti alla base della negazione potrebbe essere invece un approccio più efficace rispetto alla semplice presentazione di fatti e direttive.

Il governatore di New York Andrew Cuomo, per esempio, menziona espressamente la negazione in alcuni dei suoi tweet e riconosce direttamente le emozioni che circondano il Covid-19. Secondo psicologi e psichiatri potrebbe essere proprio questa la via per affrontare al meglio il negazionismo “di gruppo”.

Il negazionismo può essere molto pericoloso, ma è normale. E, secondo gli esperti, il primo passo per combatterlo potrebbe essere semplicemente accettarlo come ordinario, anche se alimentato da nuovi canali di informazione come i social media.

Bollare tutto come follia o peggio ancora come delinquenza, come capita di osservare sugli stessi social, non solo è semplicistico e denota scarso approfondimento, ma può peggiorare le cose. Le paure vanno affrontate, ma per farlo è necessaria una comunicazione chiara ed efficace. Che non si metta sulla torre d’avorio in attesa che il mondo capisca.

Fonti di riferimento: Journal of proceedings, Board of Supervisors, City and County of San Francisco /  Claudio Mencacci / Andrew Cuomo/Twitter

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Roberta De Carolis ha una laurea e un dottorato in Chimica, e ha conseguito un Master in comunicazione scientifica. Giornalista pubblicista, scrive per GreenMe dal 2010.
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