Avere il ciclo in un campo di concentramento: le mestruazioni nei lager, storia di un’umiliazione passata sotto silenzio

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Se questa è una donna…”, potremmo provocare, parafrasando il ben più celebre titolo di Primo Levi per riferirci alle umiliazioni che sono state costrette a subire le donne in uno dei periodi più bui della storia del ‘900. Lì, nei lager nazisti, in quale modo squallido e umiliante le donne hanno affrontato la più viscerale intimità? Le mestruazioni e tutto l’universo femminile ridotti a carta straccia.

Pensateci bene: raramente le mestruazioni sono un argomento che ci viene in mente quando pensiamo all’Olocausto. Un tema, quello del ciclo mestruale, che anzi è strato dribblato ed evitato nelle più ampie ricerche storiche. Un atteggiamento deplorevole? La colpa è anche nostra che nei decenni abbiamo considerato le mestruazioni un tabù tale da renderle quasi inesistenti.

In un interessantissimo articolo pubblicato nel 2019 sulla rivista History Today (da poco rilanciato dalla rivista Slate in Francia e da Il post in Italia), la storica britannica Jo-Ann Owusu affronta l’argomento delle mestruazioni nei campi di concentramento nazisti sostenendo che testimonianze orali e memorie mostrano come “le donne si vergognavano di parlare delle mestruazioni durante la prigionia nei campi di concentramento, ma allo stesso tempo mostrano che continuavano a tirare fuori l’argomento superando lo stigma ad esso associato”.

In genere, le mestruazioni sono state sempre viste come un problema medico da superare piuttosto che come un evento naturale e una parte della vita. Gli storici che si occupano di questioni legate alla medicina, ad esempio, hanno esplorato gli esperimenti forzati di sterilizzazione condotti ad Auschwitz. Tra questi, la ricercatrice Sabine Hildebrandt ha esaminato le ricerche del patologo Hermann Stieve, che ha fatto esperimenti su prigioniere politiche in attesa di esecuzione a Plötzensee esaminando l’effetto che lo stress aveva sul sistema riproduttivo. Allo stesso modo, altri si sono concentrati sull’amenorrea, la perdita delle mestruazioni, come causa dello shock dell’incarcerazione. È interessante notare, tuttavia, che quasi tutta questa ricerca non abbia discusso sulle mestruazioni vere e proprie.

Eppure le mestruazioni c’erano e, come scrive Owusu, per molte donne esse “hanno coinciso con la vergogna del sanguinamento pubblico e con il disagio di non poterlo gestire”, mentre la loro assenza significava invece ansia e paura di infertilità. A causa del deperimento e dell’orrore, dopo la deportazione nei lager “un numero significativo di donne in età riproduttiva smise infatti di avere le mestruazioni”, vivendo l’angoscia di rimanere per sempre sterili. La tragica realtà dei campi, insomma, significava che le mestruazioni erano difficili da evitare o nascondere e il fatto di doverle rendere improvvisamente pubbliche le fece sentire alienate. Anche e soprattutto alla luce del fatto che la mancanza di stracci e la mancanza di opportunità per lavarsi erano umilianti come non mai.

Così Trude Levi, un’infermiera ebrea ungherese di vent’anni, racconta: “Non avevamo acqua per lavarci, non avevamo biancheria intima. Non potevamo andare da nessuna parte. Tutto ci rimaneva addosso e per me è stata una delle cose più disumanizzanti che abbia mai vissuto”.

Era la “sporcizia” specifica delle mestruazioni più di ogni altra sporcizia, e il fatto che il loro sangue mestruale le contrassegnava come femmine, che faceva sentire queste donne come il livello più basso di umanità.

Julia Lentini, per esempio, una diciassettenne deportata prima ad Auschwitz-Birkenau e poi a Schlieben, racconta di come le donne che avevano le mestruazioni avessero dovuto trovare delle strategie per gestirle: “Prendevi la biancheria che ti avevano dato, la strappavi, facevi delle piccole pezze, e le custodivi come se fossero d’oro… le sciacquavi un po’, le mettevi sotto il materasso e le asciugavi, così nessuno poteva rubartele”.

Si faceva una vera lotta, quindi, per tenersi ben stretti quegli stracci che davano una parvenza di normalità durante il ciclo. E non solo: se da un lato gli stracci stigmatizzavano, dall’altro salvavano dalle operazioni cui le donne erano forzatamente sottoposte. Si usava, infatti, nei lager, asportare l’utero o iniettare un liquido irritante per sterilizzare le donne. Una cosa terribile cui non erano sottoposte coloro che, appunto, avevano le mestruazioni. E non solo, in molte scampavano agli stupri proprio grazie alle mestruazioni.

Jo-Ann Owusu nel suo articolo fa riferimento anche ad Hannah Arendt, una delle più grandi pensatrici politiche del secolo scorso che, in Le origini del totalitarismo, scrive come i lager siano serviti, “oltre che a sterminare e a degradare gli individui, a compiere l’orrendo esperimento di eliminare, in condizioni scientificamente controllate e controllabili, la spontaneità stessa come espressione del comportamento umano”.

La solidarietà

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©Novikov Aleksey/Shutterstock

Alcune adolescenti, come dice l’articolo, hanno avuto il primo ciclo nei campi trovando il sostegno e la complicità delle prigioniere più anziane. Tania Kauppila, ucraina, racconta che si trovava nel campo di Mühldorf, in Baviera, quando a 13 anni ebbe per la prima le mestruazioni e le altre donne del campo, come delle madri o delle sorelle, le insegnarono tutto.

Sibyl Milton, tra le studiose femministe dell’Olocausto, ha analizzato le strategie collettive messe in atto dalle donne nei lager per sopravvivere, come la formazione delle “famiglie del campo” o delle “famiglie sostitutive”, dei gruppi di mutua assistenza in cui ognuna si prendeva cura dell’altra. Eppure, dicono, è sorprendente come “non sia stato scritto quasi nulla sulla sorellanza legata alle mestruazioni”.

Dopo la Liberazione, la maggior parte di coloro che hanno sofferto di amenorrea durante il periodo nei campi di concentramento alla fine hanno riavuto le mestruazioni. Il ritorno del ciclo mestruale è stata un’occasione gioiosa per molte.

Amy Zahl Gottlieb, nata a Londra, era, a 24 anni, il più giovane membro della prima Jewish Relief Unit mai inviata all’estero. Mentre discuteva del suo lavoro con i membri del campo liberati nella sua intervista con il Museo del Memoriale dell’Olocausto degli Stati Uniti, la Gottlieb ha descritto come le donne iniziarono a condurre una vita normale col ritorno delle mestruazioni, entusiaste di poter avere figli.

Le mestruazioni sono diventate un simbolo della loro libertà. Una sopravvissuta ne ha parlato come del “ritorno della mia femminilità”.

Lo studio delle mestruazioni, un argomento che fino ad ora è stato percepito come irrilevante, o addirittura disgustoso, ci offre una visione molto più sfumata dell’esperienza delle donne dell’Olocausto. Possiamo vedere come le nozioni di mestruazioni, stupro, sterilità e sorellanza siano cambiate nei campi e come la storia dei sensi e la storia del corpo legate alle mestruazioni abbiano avuto anch’esse un ruolo chiave e decisivo anche nei lager.

Fonte: History Today, Slate, Il post

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Giornalista pubblicista, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing. Scrive per Greenme.it dal 2009. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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