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Lisa Montgomery, gli Usa hanno giustiziato la prima donna in quasi 70 anni

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E’ stata uccisa con un’iniezione letale negli Usa Lisa Montgomery, la prima donna a essere condannata a morte dopo 70 anni, sotto l’amministrazione Trump.

Lo scorso luglio, dopo quasi due decenni di stop, sono ripartire le esecuzioni federali negli Stati Uniti. Sotto l’amministrazione Trump sono state messe a morte dieci persone e tre esecuzioni sono previste per l’inizio di quest’anno. La prima si è appena consumata e ha coinvolto una donna, la prima dopo ben 70 anni. Era il 1953 quando Bonnie Heady subì la pena di morte nel Missouri.

E ieri è successo a Lisa Montgomery, l’unica donna nel braccio della morte federale. La 52enne era stata condannata per l’omicidio di una donna incinta nel 2004 e per il rapimento del nascituro, che sosteneva fosse suo. In appello per risparmiarle la vita, i suoi legali hanno raccontato una storia di traumi e abusi sessuali che le hanno rovinato la vita, contribuendo a creare le circostanze che hanno portato al crimine. Il suo caso, insolito perché poche donne sono state condannate a morte, ha acceso il dibattito sul ruolo del trauma passato dei trasgressori nelle condanne penali.

Nonostante una serie di ordini del tribunale ne avessero più volte bloccato l’esecuzione, Lisa Montgomery è stata dichiarata morta all’1:31 del mattino nel complesso carcerario federale di Terre Haute. La sua morte, per iniezione letale, è l’undicesima da quando l’amministrazione Trump ha ripreso a infliggere la pena capitale federale a luglio dopo una pausa di 17 anni.

Secondo un portavoce della difesa, lunedì sera Lisa Montgomery è stata trasportata, completamente incatenata, da un centro medico federale in Texas a Terre Haute. Il penitenziario federale in cui è ospitata la stragrande maggioranza dei prigionieri del braccio della morte federale è una struttura esclusivamente maschile. Poco prima dell’iniezione letale, racconta il New York Times, un membro del personale della prigione ha tolto delicatamente la maschera facciale della donna e le ha chiesto se avesse un’ultima parola, ottenendo un semplice “No” come risposta.

“A nulla sono valsi i ricorsi dei legali: un tribunale aveva accolto la loro istanza di sospensione dopo che uno degli avvocati si era ammalato di Covid. E la nuova data del 12 gennaio fissata dal Dipartimento di Giustizia era stata contestata perché fissata mentre era in vigore una sospensione dell’esecuzione. Ma il 2 gennaio, una Corte di Appello di Washington ha ribaltato la decisione sostenendo che l’ordine del direttore dei penitenziari è legittimo, dando via libera all’iniezione” ha commentato Amnesty International.

E il portavoce Riccardo Noury ha aggiunto su Twitter:

E nel corso di questa settimana altri due detenuti saranno giustiziati negli usa: sono Corey Johnson e Dustin J. Higgs, rispettivamente giovedì e venerdì.  Il presidente eletto Joseph R. Biden Jr., il cui insediamento è fissato per il 20 gennaio, ha già detto di essere contro la pena di morte ma ormai per Johnson e Higgs le speranze di salvezza sono quasi nulle.

“I casi di coloro che sono stati selezionati per l’esecuzione sono stati influenzati da arbitrarietà, rappresentanza legale inefficace, pregiudizi razziali e hanno coinvolto persone con gravi disabilità mentali e di apprendimento, in violazione del diritto e degli standard internazionali. Esortiamo il procuratore generale degli Stati Uniti a sospendere tutte le esecuzioni!”, scrive Amnesty International in un appello che chiede  di annullare tutte le esecuzioni federali programmate e di revocare la possibilità di prevedere tra le condanne la pena di morte come opzione nei processi in corso.

Per l’associazione dei diritti umani “L’amministrazione Trump ha continuato a svolgere esecuzioni in violazione delle restrizioni internazionali all’uso della pena di morte stabilite dalle leggi e dagli standard internazionali sui diritti umani”.

Fonti di riferimento: The NYTimes, Amnesty International

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Giornalista pubblicista specializzata in Editoria, Comunicazione Multimediale e Giornalismo. Nel 2011 ha vinto il Premio Caro Direttore e nel 2013 ha vinto il premio Giornalisti nell’Erba grazie all’intervista a Luca Parmitano.
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