La strategia “democratica” della Svezia di non chiudere tutto si sta rivelando un fallimento: impennata di contagi e di morti

Mentre tutta Europa vive sotto chiave, la Svezia mantiene la sua flemmatica calma e continua a non imporre misure restrittive. O non ancora. Qui si continua ad andare per strada per acquisti d’ogni genere, si può andare al ristorante o a farsi tagliare i capelli. E persino i bambini al di sotto dei 16 anni vanno ancora a scuola. Ma tutto ciò comincia ad avere un caro prezzo: il numero dei contagi comincia a salire e presto potrebbe raggiungere vette non più controllabili.

Sinora, insomma, un lockdown svedese non si è visto nemmeno col binocolo, nonostante i vicini – dalla Norvegia alla Finlandia – abbiano già chiuso i ponti da un pezzo. Sebbene il Governo abbia chiuso le scuole (solo) superiori e vietato le riunioni di oltre 50 persone, il primo ministro, Stefan Löfven ha preferito in pratica fare affidamento al senso di responsabilità civile dei suoi connazionali, raccomandando agli anziani di stare a casa e chiedendo di evitare spostamenti non necessari e di lavorare da casa.

Ognuno è responsabile del proprio benessere, dei propri vicini e della propria comunità locale – gli fa eco il ministro degli Esteri, Ann Linde. Questo si applica in una situazione normale e si applica in una situazione di crisi”.

E amen. Ma è giusto tutto ciò? E, soprattutto, non ha l’odore della tanto cara immunità di gregge che probabilmente è costata cara al vicino di sotto, Boris Jhonson, e che in tanti temono?

Perché è così importante il lockdown

In effetti, non mancano coloro che si dicono preoccupati di un approccio troppo morbido che già comincia a portare a un tasso di mortalità più elevato rispetto ad altri paesi nordici (ma c’è da tener presente che, nonostante non ci siano ancora misure emergenziali, la capitale aprirà presto un ospedale da campo con 140 posti letto e altri 600 posti in un centro congressi).

Puoi mettere tutta la fiducia nel Governo, sì, ma il virus che si propaga con la fiducia nelle istituzioni ha a poco a che vedere. Soprattutto alla luce del fatto che alla data del 6 aprile 2020 la Svezia ha riportato un totale di 401 morti da Covid-19 con un’impennata che raggiunge quasi i 7mila contagiati, facendo di fatto entrare il Paese scandinavo nella triste topten degli Stati Europei con il maggior numero di casi di coronavirus

contagi svezia

©statista.com

Ad oggi (martedì 7 aprile) i casi di malati da Covid-19 in Svezia sono 7.206 e 477 le morti registrate, con un incremento giornaliero di più di 360 contagiati e 76 morti. Se si pensa che nella vicina Norvegia che ha da subito applicato misure restrittive si registrano “solo” 77 persone decedute in totale, si può ben intuire perché anche gli esperti comincino a dire la loro e a fare pressioni sul Governo.

Stefan Hanson, un infettivologo svedese, ha affermato che la situazione non è ancora del tutto persa in Svezia, con ampie parti del sud e del nord che finora hanno mostrato bassi tassi di infezione.

“Ma a Stoccolma sta rapidamente diventando fondamentale. Ora esiste un rischio reale che i casi salgano così in alto che gli ospedali non possono farcela”. Ciò, ha proseguito, è dovuto a una politica molto confusa e poco chiara, senza obiettivi chiari che cerca di proteggere solo gli over 70 e di imporre alcune misure di distanziamento fisico piuttosto lievi e inutili.

Cecilia Söderberg-Nauclér, professoressa di patogenesi microbica e uno dei circa 2.300 accademici che hanno firmato una lettera aperta al governo chiedendo misure più severe per proteggere il sistema sanitario, ha detto che il governo non ora non ha più scelta.

“Dobbiamo stabilire il controllo sulla situazione; non possiamo andare verso il caos completo”.

Un quadro generale, quello svedese, che fa riflettere sull’importanza di un lockdown celere e per tutti. Sembra strano e a molti ancora stentano a comprenderlo, ma è proprio l’estrema distanza sociale l’unico intervento disponibile per aiutare le persone a non contagiarsi e per spezzare la catena della trasmissione, dando alle popolazioni più vulnerabili la possibilità di combattere per sopravvivere a questa pandemia.

Ma come funziona esattamente un blocco? E perché è importante che anche le persone più giovani e più sane rimangano il più possibile nelle loro case?

L’obiettivo è “R<1”

Lo scopo di un lockdown, spiega uno studio dell’Imperial College di Londra, è quello di ridurre il tasso di riproduzione: solo quanto l’indice di contagio sarà inferiore a uno, cioè quando una persona positiva avrà la potenzialità di infettare meno di un’altra persona, ci si potrà sentire più al sicuro:

Gli autori dello studio affermano che ci sono due percorsi per arrivarci:

  • con la mitigazione, rallentando cioè la diffusione dell’epidemia, riducendo il picco della domanda di assistenza sanitaria e proteggendo le persone maggiormente a rischio di malattie gravi: ciò avviene isolando i casi sospetti e le loro famiglie e allontanando le persone anziane e le persone a più alto rischio di malattie gravi
grafico imperial college

©Imperial College London

  • con la “soppressione”, o meglio il blocco, che “mira a invertire la crescita dell’epidemia, riducendo il numero dei casi”  e allontanando socialmente l’intera popolazione e chiudendo tutto

“Per avvicinarsi all’obiettivo di R <1 – dicono – è necessaria una combinazione di isolamento dei casi, distanziamento sociale dell’intera popolazione e quarantena familiare o chiusura di scuole e università”. Tutto ciò deve accadere “indefinitamente”: solo la soppressione a lungo termine può essere il modo migliore per ridurre infezioni e decessi, almeno fino a quando non sarà disponibile una cura.

Quindi, i blocchi funzionano? Per ora in Italia è ancora presto per guardare definitivamente a dei risultati (al netto di qualsiasi polemica che vede un Governo che ha agito in ritardo e non uniformemente ovunque), ma la risposta è tendenzialmente sì.

Quel che si sa per certo – e si legge dalle pagine del World Economic Forum – è che a partire dal 23 gennaio 2020, il governo cinese ha bloccato la provincia di Hubei, tra cui Wuhan, la città di 11 milioni di abitanti dove è iniziata l’epidemia. Hanno fermato il trasporto da e verso la città, hanno impedito a decine di milioni di persone di lavorare o andare a scuola e hanno chiuso tutti i negozi tranne quelli che di generi alimentari.

Questo blocco senza precedenti di decine di milioni di persone è stato considerato un “vasto esperimento”, ma secondo i massimi esperti ha funzionato. Dopo il blocco, i casi hanno iniziato a rallentare e il 19 marzo, la National Health Commission cinese non ha segnalato nuove infezioni confermate in Hubei.

Ecco perché è fondamentale, ancora e per tutti, continuare a stare a casa e garantire solo i servizi essenziali.

Fonti: The Guardian / SVD / Imperial College di Londra / World Economic Forum

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Giornalista pubblicista, classe 1977, laurea con lode in Scienze Politiche, un master in Responsabilità ed etica di impresa e uno in Editing e correzione di bozze. Direttore di Wellme.it per tre anni, scrive per Greenme.it da dieci. È volontaria Nati per Leggere in Campania.
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